music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: VALGEIR SIGURÐSSON

Alla ricerca dell’Ekvílibríum

Collaboratore di artisti importanti e di diversa estrazione, produttore, fondatore di un’etichetta discografica e, finalmente, anche intestatario in prima persona di un progetto musicale: questo è il percorso seguito nel volgere di pochi anni da Valgeir Sigurðsson, poliedrico artista islandese reduce da una ormai stabile collaborazione con Bjork e dalle produzioni di Bonnie “Prince” Billy e Cocorosie.

Da produttore e collaboratore di artisti importanti e di diversa estrazione ad autore in prima persona, nonché fondatore di un’etichetta discografica e di un vero e proprio cenacolo artistico che ha come proprio fulcro la natia Islanda, terra sempre musicalmente vivissima, ma non si limita a proposte musicali provenienti dall’affascinante Paese nordico. Questo, in breve, l’intenso percorso seguito nel volgere di pochi anni di Valgeir Sigurðsson che, reduce da una ormai stabile collaborazione con Bjork e da produzioni di Bonnie “Prince” Billy (“The Letting Go”) e Cocorosie (“The Adventures Of Ghosthorse And Stillborn”), raccoglie prima intorno alla sua Bedroom Community artisti quali Ben Frost, Nico Muhly e Sam Amidon.

Nel 2007 Sigurðsson raccoglie i frutti di queste sue tante diverse esperienze nell’album di debutto a suo nome, Ekvílibríum, che fin dal suo titolo evoca la ricerca di un punto d’incontro tra fisionomie artistiche e forme espressive diverse, risultato dell’accostamento, alle composizioni a prevalenza elettronica di Sigurðsson, di ampie sezioni d’archi e fiati e di musicisti quali, tra gli altri, Nico Muhly, il batterista dei Múm, Samuli Kosminen, e Bonnie “Prince” Billy, autore e interprete di due dei brani qui compresi nel lavoro (“Evolution Of Waters” e “Kin”).
Com’è agevole intuire già dai nomi dei collaboratori, Ekvílibríum è un album estremamente eterogeneo, che nei suoi cinquanta minuti alterna diverse declinazioni elettroniche, spazianti dai beat frammentanti e quasi ballabili dello spiazzante incipit “A Simmetry”, a progressive rarefazioni di suoni sognanti, liquidi e dilatati. Comune denominatore di tutti brani è tuttavia rappresentato da un approccio venato di classicismo, presente sotto forma di ariosi arrangiamenti d’archi tanto nei passaggi maggiormente rarefatti, quanto nelle quattro tracce ove il substrato elettronico di Sigurðsson è coronato da vere e proprie “canzoni”.
Alla prima categoria sono ascrivibili gli strumentali caratterizzati quasi esclusivamente dal pianoforte di Muhly, che disegnano schegge di “experimental piano music”, costellate soltanto dal violino o da multiformi screziature elettroniche (“Focal Point”, “After Four”), nonché le derive di vero e proprio ambient orchestrale, culminanti nella lunga suite “Equilibrium Is Restored”.
Ma è quando il compositore islandese apre la propria sensibilità al songwriting di alcuni dei suoi ospiti che dà luogo a ibridazioni talvolta ottimamente riuscite. Se infatti, in “Baby Architect”, J. Walker (Machine Translators) immerge echi di cantautorato dimesso in un contesto di pop atmosferico non del tutto compiuto, Bonnie “Prince” Billy impiega tutta la sua incisiva personalità nei due brani a lui affidati, uno dei quali, “Evolution Of Waters”, è un gioiello di somma dolcezza e romanticismo, ove la sua voce si fonde alla perfezione con un contesto di notturna orchestralità elettroacustica, per lui decisamente insolito. Analogo esito positivo consegue poi anche il brano più ambizioso e complesso dell’album, “Winter Sleep”, interpretato dalla voce eterea di Dawn McCarthy dei Faun Fables e caratterizzato da un’elettronica minimale di sobria e soffusa solennità, solcata da un amplissimo arrangiamento orchestrale, con archi e fiati a profusione e persino il mandolino di Warren Ellis.

Dalla medesima ambizione è, del resto, costellato l’intero lavoro, il cui fine ultimo sembra quello di costituire un ponte tra generi e modalità espressive; può dirsi in definitiva che Valgeir Sigurðsson riesca a conseguirlo con discreto successo, quando le sue trame elettroniche, invero un po’ incostanti, tendono a sciogliersi in un contesto di moderna classicità e, soprattutto, quando trovano compimento in canzoni dalle melodie lievi e sognanti.

Proprio gli aspetti più classici palesati dal debutto e da molte delle produzioni dell’artista islandese tornano a manifestarsi in maniera preponderante nella seconda opera pubblicata a suo nome: la cerchia dei collaboratori gravitanti alla Bedroom Community viene confermata e anzi ampliata in occasione della colonna sonora composta da Sigurðsson per “Dreamland”, documentario di matrice ecologista dedicato alle problematiche relative allo sfruttamento del territorio islandese da parte di fameliche multinazionali impegnate nell’estrazione e produzione di alluminio.
Draumalandið – declinazione islandese del titolo del documentario – descrive un fedele parallelo con la narrazione e le immagini in esso contenute, professando il fortissimo legame di Sigurðsson con la propria terra d’origine, dimostrato ad esempio dal recupero dell’iniziale traditional “Grýlikvæði” (emblematica allegoria che narra di una strega che mangia i bambini), che, affidata alla voce di Amidon, si trasforma in un’austera ballata di folk orchestrale e in una sorta di monito rivolto alla prepotenza dei meccanismi economici.

Il medesimo legame ricorre anche nelle restanti composizioni originali, strumentali improntati non solo alla semplice evocazione di paesaggi incantati ma anche e soprattutto a rendere in momenti musicali di crescente drammaticità i pericoli derivanti da una miope speculazione sulle risorse naturali. In Draumalandið, dunque, il messaggio ecologista glocal convive con suggestioni romantiche e inquietudini post-moderne, che si susseguono nel corso di una colonna sonora che esprime compiutamente l’insanabile contrasto tra la leggiadra naturalezza descrittiva del pianoforte e degli ariosi arrangiamenti di “Dreamland” e “Draumaland” e l’incedere austero, angosciato, delle tenebrose “Past Tundra” e “Cold Ground, Hot”. Man mano che la narrazione musicale scorre accanto a quella visiva, i toni si fanno più cupi e le composizioni più intricate e irregolari: archi sofferti accompagnano e sovrastano residui cristalli acustici, fino a prendere nervosamente il sopravvento nelle due solenni elegie orchestrali che chiudono la raccolta (“Helter Smelter” e soprattutto “Helter Smelter”), comunicando un senso di inquietudine intriso di autentico amore per la propria terra, che riesce adeguatamente a imporre quella riflessione sul rapporto dell’uomo con la natura che costituisce il fine ultimo delle immagini con le quali Sigurðsson ha coniugato le suggestioni di una musica perfetta ma fragile, così come l’equilibrio della terra che l’ha ispirata.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 27 febbraio 2010 da in storie d'artista.
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