music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Draumalandið

VALGEIR SIGURÐSSON – Draumalandið
(Bedroom Community, 2010)

Terra affascinante e pullulante di fervore culturale, l’Islanda è anche una terra fragile, come l’equilibrio tra ghiaccio e fuoco che ne governa l’ecosistema offrendo paesaggi mozzafiato che hanno rappresentato e rappresentano fonte d’ispirazione per un numero considerevole di artisti.

La fragilità che ne minaccia l’incontaminata essenza discende in parte dalla crisi finanziaria che ha colpito il Paese negli ultimi anni e ha avuto come conseguenza l’intensificazione dello sfruttamento del territorio islandese, soprattutto da parte di fameliche multinazionali impegnate nell’estrazione e produzione di alluminio.

Alle devastanti conseguenze paesaggistiche e sociali determinate dall’indiscriminata attività industriale che ruota intorno alle materie prime islandesi è stato dedicato “Dreamland”, documentario scritto dal giovane talento della letteratura nazionale Andri Snær Magnason e realizzato dall’apprezzato regista Þorfinnur Guðnason. Il corredo sonoro al documentario è stato affidato a un’altra eccellenza artistica islandese, ovvero quel Valgeir Sigurðsson che, dopo una fervida attività in veste di produttore, ha intrapreso l’avventura dell’etichetta Bedroom Community. da qualche anno

E proprio dalla collaborazione degli artisti gravitanti intorno all’etichetta trae origine la colonna sonora composta per il documentario: accanto a Sigurðsson vi sono infatti Ben Frost, Sam Amidon, Nico Muhly, Daníel Bjarnason (ultimo arrivato nel roster), nonché soliste di valore quali Nadia Sirota e Hildur Guðnadottir.

“Draumalandið” – declinazione islandese del titolo – descrive un fedele parallelo con la narrazione e le immagini contenute nel documentario, professando il fortissimo legame di Sigurðsson con la propria terra d’origine, dimostrato dal recupero dell’iniziale traditional “Grýlikvæði” (emblematica allegoria che narra di una strega che mangia i bambini), che, affidata alla voce di Amidon, si trasforma in un’austera ballata di folk orchestrale e in una sorta di monito rivolto alla prepotenza dei meccanismi economici.

Il medesimo legame ricorre anche nelle restanti composizioni originali, strumentali improntati non solo alla semplice evocazione di paesaggi incantati, ma anche e soprattutto a rendere in momenti musicali di crescente drammaticità i pericoli derivanti da una miope speculazione sulle risorse naturali.

Così, in “Draumalandið” il messaggio ecologista glocal convive con suggestioni romantiche e inquietudini post-moderne, che si susseguono nel corso di una colonna sonora che esprime compiutamente l’insanabile contrasto tra la leggiadra naturalezza descrittiva del pianoforte e degli ariosi arrangiamenti di “Dreamland” e “Draumaland” e l’incedere austero, angosciato, delle tenebrose “Past Tundra” e “Cold Ground, Hot”. Man mano che la narrazione musicale scorre accanto a quella visiva, i toni si fanno più cupi e le composizioni più intricate e irregolari: archi sofferti accompagnano e sovrastano residui cristalli acustici, fino a prendere nervosamente il sopravvento nelle due solenni elegie orchestrali che chiudono la raccolta (“Nowhere Land” e soprattutto “Helter Smelter”), comunicando un senso di inquietudine intriso di autentico amore per la propria terra, che unito a immagini e parole riesce a imporre quella riflessione sul rapporto dell’uomo con la natura che costituisce il fine ultimo di immagini e musica di “Dreamland”.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 2 marzo 2010 da in recensioni 2010.
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