music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Our Inventions

LALI PUNA – Our Inventions
(Morr, 2010)

La frammentazione dei suoi impegni in tre diversi progetti artistici (Notwist, Lali Puna e Tied & Tickled Trio) impone inevitabilmente a Markus Acher periodi di silenzio piuttosto prolungato tra le uscite a ciascuno di essi riconducibili.

Ai sei anni intercorsi sul versante Notwist tra “Neon Golden” e “The Devil You + Me” corrisponde infatti un simmetrico iato per i suoi Lali Puna, che tornano oggi a farsi sentire con un album ufficiale, assente da quel “Faking The Books” che nel 2004 aveva segnato una sorta di svolta nella loro discografia, attraverso l’introduzione sull’originario tessuto indietronico di chitarre e strumenti acustici.

“Our Inventions” rappresenta invece per la band teutonica una sorta di ritorno alle origini, nonché una sorta di riavvicinamento con i “cugini” Notwist, o almeno con il loro lato più schiettamente elettronico, espresso su disco e soprattutto in recenti performance dal vivo. Certo, la differenza fondamentale resta incarnata dalle interpretazioni esili e raffinate di Valerie Trebeljahr e, in generale, nel più circoscritto raggio d’azione dei Lali Puna, che del calderone indietronico così diffuso all’inizio degli anni 2000 hanno rappresentato il versante maggiormente improntato a un’eterea calligrafia pop, senza tuttavia mai perdere di vista la ricerca di un equilibrio tra timbriche interstellari, incursioni glitch e ritmiche sintetiche.

Tutti questi elementi ricorrono, immutati, nelle dieci brevi popsongs di “Our Inventions”, album che a dispetto del titolo non mira a inventare alcunché, quanto piuttosto a rielaborare l’essenza del suono dei Lali Puna, con lo sguardo esperto di chi, pur avendo percorso lunghi anni da protagonista di trasformazioni stilistiche, non ha ancora del tutto smarrito la freschezza della propria proposta.

L’agile impianto del disco scorre via senza particolari sussulti, ridisegnando oniriche sospensioni elettroniche e flussi melodici incastonati su una miriade di piccoli fremiti, che solo in un paio di occasioni (gli incipit in odor di trip-hop di “Move On” e “Safe Tomorrow”) si trasformano in sussulti, ben presto dileguati da melodie affabili e avvolgenti saggi di modernariato dalle tinte pastello. Intorno, è tutto un affresco di un synth-pop frizzante e dei tempi progressivamente dilatati in pulsazioni smussate e sofisticati languori melodici, ai quali la voce trasognata della Trebeljahr fornisce coronamento tanto adeguato quanto impalpabile.

Se infatti le soffuse liquidità amniotiche della prima parte del lavoro incastonano timbriche vellutate e melodie sfuggenti, è sul fronte dell’efficacia delle canzoni che “Our Inventions” non riesce a travalicare una perfezione formale tutto sommato asettica, che nelle iterazioni narcolettiche degli ultimi brani si dimostra sostanzialmente priva di mordente, non scompigliata più di tanto nemmeno dalla presenza-tributo, nella conclusiva “Out There”, del batterista della Yellow Magic Orchestra Yukihiro Takahashi.

Poiché dunque la maggior parte delle canzoni si attesta su un registro gradevole ma impalpabile, di “Our Inventions” restano in definitiva soprattutto le vivaci folate di tastiere interpolate a schegge elettroniche in perenne trasformazione, dagli inevitabili omaggi a Brian Eno e alle radici kraut (la title track e “Move On”) a un retrofuturismo sintetico in bilico tra robotica eighties e dilatate intersezioni analogiche degne di Stereolab o Pram (“Future Tense” e “Safe Tomorrow”). Il tutto, come d’abitudine per Archer e soci, è molto ben rifinito e certamente apprezzabile come risultato sonoro complessivo, anche se il dejà vu e la sensazione che queste (mancate) invenzioni rappresentino poco più di un esercizio di stile sono appena dietro l’angolo.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 7 aprile 2010 da in recensioni 2010.
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