music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Songs From Ruined Days

ENRICO CONIGLIO – Songs From Ruined Days
(Touch, 2010)

Non è certo una novità la fascinazione degli sperimentatori elettronici per ambientazioni post-industriali e non-luoghi ove catturare suoni e restituire performance: miliarità architettonica, (assenza di) identità fisica, asetticità ambientale da riempire col suono o con la semplice presenza umana rappresentano concetti sui quali riflettere e con i quali giocare in termini di manipolazione sonora.

Animato da una simile impostazione concettuale, l’artista veneziano Enrico Coniglio non è dovuto andare lontano per trovare l’ispirazione per il suo contributo al progetto Spire, patrocinato dalla prestigiosa Touch e realizzato esclusivamente in formato digitale.

La lunga traccia da quarantacinque minuti “Songs From Ruined Days” da lui destinata al progetto rappresenta infatti il resoconto di un viaggio a Porto Marghera, nel quale Coniglio si atteggia a vera e propria guida, nella narrazione di un abbandono che corrisponde fedelmente a quel processo di desemantizzazione che coinvolge, in termini non dissimili, paesaggi naturalistici, cattedrali industriali e persino città una volta fortemente caratterizzate e adesso vittime di un progressivo svuotamento dalla loro essenza identitaria e del loro contenuto umano.

Per la realizzazione di “Songs From Ruined Days”, Coniglio ha infatti utilizzato una notevole mole di suoni catturati in prevalenza proprio a Porto Marghera, alcuni dei quali riprodotti fedelmente in tutte le loro componenti accidentali, altri invece pesantemente manipolati, a creare il tessuto connettivo dell’avviluppante saturazione di drone sulla quale, per tutto il corso della traccia, si innestano sibili e particelle acustiche in continuo moto centripeto.

Ben lungi da un descrittivismo di rassicurante immobilità, quello di “Songs From Ruined Days” è piuttosto un flusso magmatico in continua trasformazione: dai primi cinque minuti di ronzante drone ai successivi innesti organici, dalle incursioni nell’ambient più profonda e spettrale alla granulosa maestosità di aperture dalla forte impronta isolazionista, i primi venti minuti del lavoro descrivono un vitalissimo percorso all’interno della memoria, attraverso una completa rideclinazione percettiva del suono, sospesa tra rilucenti schegge heckeriane e incandescenti distorsioni che possono lontanamente rimandare alle torsioni più astratte di Aidan Baker.

Nel lavoro di Coniglio non vi sono tuttavia soltanto astrattezze ipnotiche e ottundenti, ma accanto ad esse convive lo sguardo profondamente umano dell’artista, che dei (non-)luoghi e dei paesaggi sonori coglie tanto il vuoto quanto l’essenza vitale che li riempie o li ha riempiti. Così, le torsioni droniche si ritraggono, lasciando spazio a suoni organici ben riconoscibili – intorno ai quattordici minuti si distingue un organo che suona le note dell’inno inglese – dialoghi cristallizzati in field recordings e frammenti di un coro religioso, prima accennato (minuto venti) e quindi protagonista di un kyrie eleison (minuto trentatre) che suggella la sacralità del lavoro quale anello di congiunzione tra lo svuotamento post-moderno delle cattedrali dell’industrialismo otto-novecentesco e lo smarrimento di una dimensione spirituale, in qualunque modo intesa.

Il messaggio sotteso a “Songs From Ruined Days” sembra dunque proprio quello che l’inaridimento di questi due cardini fondamentali costituisce la prima causa di annichilimento di ogni identità individuale e condivisa, che abbia ad oggetto persone, luoghi o costruzioni. E il monito è tutto racchiuso nella parte finale della lunga composizione che, rimossi mille innesti sonori che l’hanno caratterizzata in precedenza, si presenta come immersione nelle asfittiche profondità dark-ambient e infine nei tre aspri minuti di distorsione conclusiva, prima che sopraggiunga il silenzio, al tempo stesso benedizione e sentenza inappellabile.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 17 maggio 2010 da in recensioni 2010.
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