music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Saint Bartlett

DAMIEN JURADO – Saint Bartlett
(Secretly Canadian, 2010)

Nella lunga carriera di un cantautore, vi è un momento in cui guardarsi alle spalle, raccogliere i propri ricordi per continuare a narrarli in musica e al contempo imprimere nuovi slanci a una scrittura e a interpretazioni riconoscibili e apprezzate nel loro piglio caldo e profondo.

Questo momento, per Damien Jurado, è coinciso prima col recente lavoro in vinile realizzato insieme al fratello Drake a nome Hoquiam e adesso con il suo nono album in studio, realizzato grazie alla supervisione produttiva del compagno d’etichetta Richard Swift e dedicato quasi interamente a luoghi, ricordi e immagini rimaste impresse nella sua memoria, dalla quale adesso riaffiorano per essere cantate in maniera ancora più intensa e ovattata rispetto a quanto avvenuto negli ultimi dischi.

Se infatti già il precedente “Caught In The Trees” liberava parzialmente la poetica del cantautore di Seattle dalle invasive derive alt-country che l’avevano caratterizzata in tempi recenti, il nuovo “Saint Bartlett” fa scolorare ormai del tutto l’immagine di Jurado quale rocker da highway per restituirlo a quella più intima di narratore di racconti e sensazioni. La dimensione di Damien Jurado in questo lavoro torna ad essere estremamente personale, così come scarno e discreto è il contributo della band che l’accompagna e quello di una produzione tanto curata nei suoni quanto parca negli interventi sul tessuto connettivo dei brani.

Eppure, non bisogna pensare a “Saint Bartlett” come a un disco dimesso e pessimista, nelle tematiche o nei toni. Tutt’altro: è vero che i dodici scorci immortalati dalle canzoni rimandano a una sottile nostalgia di luoghi, persone e visioni disperse nel tempo, ma lo spirito e l’abito sonoro dei brani denotano un romanticismo descrittivo e tutto sommato positivo, incorniciato ora da briose note di piano, ora da fraseggi elettrici e cadenze ritmiche in bilico tra una percussività narcolettica e la repentina vivacità di un handclapping.

Benché non manchino un paio di residui blues elettrici (“Wallingford”, “Kalama”) e saltuarie incursioni nell’essenzialità della formula voce-e-chitarra, in “Saint Bartlett” Jurado sembra volersi distaccare nettamente dai cliché del cantautorato più classico, tornando a prediligere, soprattutto nella seconda metà del lavoro, una formula lieve e ovattata, che nelle atmosfere sospese generate da arrangiamenti d’archi e da tenui iterazioni organiche trova il contesto ideale per narrazioni quasi sottovoce di cartoline innevate (“Falling Snow”) e luoghi segnati dalla promessa di un ritorno (l’ottima “Kansas City”).

Il riaffiorare dei ricordi rappresenta dunque al contempo una sorta di apertura alla speranza, connotata da un lato da una significativa ricchezza di arrangiamenti e dall’altro dal rifugio in un’intimità niente affatto depressiva. Anzi, sono proprio i toni soffusi che nel complesso ne risultano a dimostrarsi ancora una volta particolarmente congeniali alla poetica e al timbro vocale dell’artista di Seattle, la cui sensibilità di scrittura, qui esplicitata prima nella vitalità della prima parte del lavoro e poi nell’uniformità un po’ troppo insistita della seconda, continua a collocarlo con merito tra i più costanti, ancorché meno celebrati, songwriter statunitensi dell’ultimo decennio.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 25 Mag 2010 da in recensioni 2010.
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