music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Way Out

THE BOOKS – The Way Out
(Temporary Residence, 2010)

“Welcome to a new beginning”: così esordisce la voce narrante di “Group Autogenics I”, brano che introduce il ritorno dei Books a ben cinque anni di distanza dall’ultimo “Lost And Safe”. Gli effetti taumaturgici della musica che la presentazione va a introdurre sono riferiti alla mente, al corpo e alle emozioni.

Intento non da poco per Nick “Zammuto” Willscher e Paul De Jong, pionieri folktronici ai tempi dei loro esordi e oggi maturi signori che dopo aver passato qualche tempo vivendo le loro vite ordinarie tornato a rispolverare la straordinaria libreria musicale e le manipolazioni che nel sublime disegno di “The Lemon Of Pink” aveva trovato definizione tanto sublime quanto indefinita e indefinibile.

Certo, da allora più di qualcosa è cambiato per il duo, a cominciare dall’etichetta e dalla stessa attitudine alla giustapposizione di samples, frammenti, suoni e rumori. È cambiato però più di qualcosa anche nel mondo che li circonda, con il superamento di certi canoni folktronici un tempo di facile presa e con la stessa ritrazione ispirativa di quel mondo fatto di glitch e schegge sonore solo apparentemente impazzite, ma di fatto controllate e ricondotte a patchwork meditati e sistematizzati.

È così, inevitabilmente, lungo i cinquanta minuti di “The Way Out”, titolo che denota quasi la volontà di un superamento di quanto offerto finora dal duo, in favore di una formula vorticosa, imprevedibile, ma anche artatamente eccentrica.

Non sarebbe sufficiente una mezza dozzina di cartelle per passare in rassegna la mole di suoni, campionamenti e schegge melodiche affastellate dai Books in questo loro quarto album: in estrema sintesi, basti dar conto di battiti e loop avvolgenti, inusitate cadenze sixties, accenni corali, timide torsioni lunge-pop, propulsioni retrofuturiste, acide derive ossessive, incursioni acustiche, ironiche citazioni hip hop, sciabordii ipnotici, giocose chincaglierie analogiche e persino trasognate narcolessie da slowcore rimaneggiato e stravolto.

Di tutto di più, si direbbe, ma in definitiva cosa? Il caos organizzato dei Books in “The Way Out” comincia a mostrare la corda, oltrepassando la sottile linea che separa la compiutezza di un’opera da un esercizio intellettuale fine a se stesso. E questo è, in definitiva, un album che si diverte nel gioco a incastri di suoni e stili, la cui missione appare quella di tratteggiare messaggi sub-liminali piuttosto che quella di offrire un prodotto finito e coerente, seppur nella vorticosa varietà alla quale del resto i precedenti lavori di questi instancabili compilatori di suoni erano tutt’altro che estranei.

Surreale, a suo modo godibile e senz’altro capace di catturare attenzioni, “The Way Out” restituisce i Books a una tipologia di manipolazioni arty ma altrettanto autoreferenziali, che qualche tempo fa erano ancora in grado di impressionare, mentre oggi appaiono pallidi tentativi di riproporre (de)costruzioni sonore troppo spesso oziose e solo per brevi tratti in grado di dare un senso a un puzzle troppo intricato per essere ridotto a mera estetica. Dopo il perdersi e ritrovarsi dell’album precedente, la via d’uscita indicata dal titolo è adesso quanto mai necessaria, e a trovarla non potrà certo essere sufficiente la nostalgia in technicolor della copertina.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 12 luglio 2010 da in recensioni 2010.
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