music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Ark

BRENDAN PERRY – Ark
(Cooking Vinyl, 2010)

Fa sempre notizia il ritorno discografico di un artista del calibro di Brendan Perry, tanto più conoscendo la natura schiva del personaggio, che dopo la conclusione dell’esperienza dei Dead Can Dance si è ritirato in un isolamento quasi assoluto, confermato dai ben undici anni che separano la sua nuova opera “Ark” dal precedente album solista, lo splendido “The Eye Of The Hunter”.

Registrato negli stessi studi nei quali in contemporanea Glen Johnson stava dando forma ad “Ovations” – al quale Perry ha peraltro contribuito interpretando due brani – “Ark” risente solo in minima parte del parallelismo, benché alcune delle più pervasive ambientazioni elettroniche possano trovare riscontri nelle atmosfere spettrali sempre care ai Piano Magic. Il convinto ritorno all’elettronica e il perdurante interesse di Perry per cadenze percussive mutuate dalla musica tradizionale africana e dell’Europa orientale instaurano con la produzione degli ultimi Dead Can Dance un legame dal quale le ballate di “The Eye Of The Hunter” si erano invece sostanzialmente affrancate.
Delle otto lunghe tracce che compongono “Ark”, almeno la metà potrebbero sembrare tratte da un album della storica band di Perry, qui nuovamente impegnato nelle sue ieratiche declamazioni di testi incentrati su temi socio-politici e, in generale, su severe riflessioni sulla condizione dell’umanità post-moderna.

Al timbro solenne del sacerdote Perry fanno da contorno fondali costituiti in prevalenza da fiati e archi digitalizzati, che solo a tratti cedono il passo ad arrangiamenti più ricchi e romantici, percorsi da ritmiche e pulsazioni che coniugano naturalezza ed enfasi sintetica, percussività ancestrale e modernità elettronica. Se infatti brani come l’iniziale “Babylon” e l’indovinato singolo “Utopia” ritrovano, anche a fronte di beat invariabili, la tenebrosa magia del passato, di contro l’eccessivo accento posto sull’elettronica trasfigura, ad esempio, il mood spettrale di “The Bogus Man” secondo cadenze quasi da trip-hop e addirittura sfocia nell’andamento ballabile alquanto incongruo di “The Devil And The Deep Blue Sea”.

Benché la classe di Brendan Perry non si mostri affatto scalfita dal trascorre del tempo, per spirito e certosino intreccio di una strumentazione articolata e dalle origini più varie, al di là di alcuni spunti armonici e concettuali “Ark” finisce col risultare un’opera dalla fisionomia troppo ibrida per poter rappresentare una continuazione all’altezza di “The Eye Of The Hunter”. Da un lato appiattito in maniera talvolta pedante su un passato ormai lontano, dall’altro timidamente proteso verso un non sempre convincente rinnovamento di quelle suggestioni antiche, “Ark” finisce col bilanciare il gradito ritorno di una voce sempre ispirata e intensa con le modeste potenzialità del disagevole sforzo di aggiungere qualcosa di coerente con la scelta del ritorno a modalità espressive consolidate e, di fatto, difficilmente passibili di significativi sviluppi.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 22 luglio 2010 da in recensioni 2010.
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