music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Art Of Dying Alone

BVDUB – The Art Of Dying Alone
(Glacial Movements, 2010)

Le solitudini sono perfette, solo le solitudini
(Mario Desiati)

Avendo come premesse da un lato la matrice concettuale “ghiacciata” alla quale è improntata l’etichetta Glacial Movements e, dall’altro, le produzioni del cerimoniere ambient-dub-techno Brock Van Wey, non può che suscitare grande curiosità la pubblicazione da parte della label romana del nuovo, corposo lavoro a firma Bvdub.

L’incontro tra questi due universi elettronici – diversi ma non poi così distanti – ha rappresentato un’occasione artistica estremamente stimolante per gettare ponti tra le recenti opere di Van Wey e l’immaginario isolazionista, cristallizzato nelle sette precedenti uscite dell’etichetta fondata e curata con passione da Alessandro “Netherworld” Tedeschi.

Ne risultano quasi ottanta minuti di musica, che offrono la personalissima interpretazione della solitudine artica da parte del musicista americano – ormai stabilmente trasferitosi in Cina – infrangendo in parte la “barriera ritmica” e l’ottundente tenebrosità di coltri di drone e saturazioni ambientali che hanno connotato le precedenti pubblicazioni a tema dell’etichetta romana. Al contempo, Van Wey depone parte sostanziale dell’impetuosità cosmica e sognante delle sue ultime opere (l’album “We Were The Sun” e la lunga traccia “To Live”), in favore di loop avvolgenti, miniature elettroacustiche e fremiti poco più che accennati.
Le sei tracce (quattro tra gli otto e gli undici minuti, due a cavallo dei venti) si immergono nelle abituali profondità ghiacciate, conservando tuttavia tepori elettroacustici e residui di presenza umana, sotto forma di vocalizzi distanti che di tanto in tanto puntellano saturazioni in progressivo addensamento.

L’approccio solipsista di Van Wey alla tematica artica non si manifesta in un flusso drammatico e ottundente, quanto invece in un isolamento contemplativo, del quale l’artista cattura riflessi e sfumature policrome in maniera analoga a quanto realizzato dal fotografo Bjarne Riesto per la splendida immagine di copertina.
Solitarie note acustiche convivono dunque con le iterazioni potenzialmente infinite di “Descent To The End”, un piano minimale introduce il drone uniforme ma estremamente dinamico di “Nothing From No One”, accordi dai sentori quasi mediterranei ed eterei rilanci armonici incorniciano le visioni cangianti di “No More Reasons Not To Fall” e “No One Will Ever Find You Here”.
Nel corso dell’album, e in particolare nei due pezzi più lunghi (“To Finally Forget It All” e la conclusiva title track), Van Wey non manca di addentrarsi in abissi tenebrosi, che tuttavia ogni volta riesce ad arricchire di rara vitalità, piegandone l’immobile uniformità a derive cosmiche e persino a carezze sognanti, ovvero innestandovi un’incessante serie di aperture, pulsazioni e screziature che si muovono con destrezza tra le sinfonie droniche di Basinski e l’universo sonoro dei Labradford.

Più riflessivo e meno pessimista di quanto il titolo lascerebbe presagire, attraverso i suoi tanti elementi e variazioni “The Art Of Dying Alone” riesce a travalicare l’apparente scoglio di una durata imponente, conferendo ampiezza di respiro a una tematica sempre esposta al rischio di una difficile comunicatività. E con ciò Van Wey conferma quanto di buono da ultimo mostrato nelle sue uscite dello scorso anno, accreditandosi come compositore ambientale credibile e dalla spiccata sensibilità, capace di riprodurre in musica i mille colori del ghiaccio e l’essenza di una solitudine incoercibile, in tutto e per tutto speculare a quella insita nella stessa natura umana.

Si nasce e si muore soli, che è già un eccesso di compagnia
(Carmelo Bene)

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 25 luglio 2010 da in recensioni 2010.
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