music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The People’s Record

CLUB 8 – The People’s Record
(Labrador, 2010)

Potrebbe destare qualche stupore iniziale l’approccio al nuovo disco dei Club 8, quanto meno da parte di chi, dopo l’incantevole “The Boy Who Couldn’t Stop Dreaming” del 2007, si sarebbe potuto legittimamente attendersi la prosecuzione del duo svedese su quei binari di un indie-pop eccelso dal punto di vista melodico e della scrittura delle canzoni e tutto sommato coerente con la migliore tradizione scandinava del genere.

A ben vedere, però, il duo formato da Karolina Komstedt e Johan Angergård, nel corso della sua oramai lunga carriera, ha abituato l’ascoltatore a decise mutazioni stilistiche: i Club 8 sono passati dal synth-pop alla dance, dalla bossanova al folk, senza tuttavia mai snaturarsi, grazie alle orecchiabili melodie di Johan e soprattutto all’inconfondibile e suadente voce di Karolina Komstedt, il cui timbro gentile e limpido è rimasto il marchio di fabbrica della band svedese.

Così, settimo album in quindici anni di attività, “The People’s Record” scompagina ancora una volta le coordinate musicali della band svedese abbandonando, almeno in superficie, il piglio dimesso e nostalgico del precedente lavoro. Questa volta, a caratterizzare il nuovo album vi sono scatenati brani upbeat e sgargianti riflessi sonori che travalicano di slancio le sfumature “baleariche” così spesso frequentate dal pop svedese (da ultimi i JJ e in parte gli stessi Radio Dept.), per gettarsi a capofitto in danze tropicali briose come non mai.

A fronte di una superficie profondamente mutata, tuttavia, permangono ancora una volta inalterate le cristalline interpretazioni di Karolina e l’indole sbarazzina di perfette gemme pop, questa volta però rivestite di abiti sonori leggeri e colorati, connotate da un profluvio di tastiere vintage e percussioni incalzanti.

La capacità di scrittura e la freschezza interpretativa dei Club 8 – supportati dal produttore finlandese Jari Haapalainen, già al lavoro con Camera Obscura e Concretes – riescono a coniugare estrazioni musicali e geografiche molto distanti, ed è piuttosto sorprendente (e va ascritto a merito di questo lavoro) come tali incalzanti poliritmie e una spensierata luminosità tropicale riescano a essere perfettamente coniugate con l’immaginario swedish pop del duo, fatto di dolcezze melodiche e immutabile malinconia nordica, senza alcuno strappo o forzatura (si ascolti al proposito “My Pessimistic Heart”). Anzi il suono dei Club 8 si fa, con “The People’s Record”, più maturo, acquisendo profondità e un piglio sensuale fino a ora sconosciuti: prova ne sono le percussioni incalzanti e gioiose dell’iniziale “Western Hospitality”, le chitarre afro-beat di “Shape Up!”, che a tratti ricorda, in chiave più sbarazzina, l’indimenticata “Graceland” di Paul Simon, e brani riuscitissimi quali “Isn’t That Great?”, con il suo break ritmico caraibico, o “Dancing With The Mentally Ill”, decisamente tra i migliori dell’intera produzione della band.

Non v’è dubbio che questo lavoro non nasca da un’infatuazione improvvisa o da un artificio atto a svecchiare un suono che rischiava di ripiegarsi su se stesso, ma dal sincero interesse che Karolina e Johan hanno sviluppato, nel corso di lunghi anni di frequentazione e approfondimento per la tradizione musicale afro-cubana, per il pop brasiliano degli anni 70 e i ritmi caraibici in generale.

Il prodotto di tale amorevole attenzione non poteva che essere l’ennesimo album fresco e sincero da parte dei due sodali svedesi che, questa volta, in perfetta sintonia con la stagione, ci regalano la loro opera più solare e sbarazzina.

(in collaborazione con Francesco Amoroso, pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 3 agosto 2010 da in recensioni 2010.
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