music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Vertical Integration

VV. AA. – Vertical Integration
(Second Language, 2010)

Seconda compilation nella giovane storia dell’etichetta a sottoscrizione ideata da Glen Johnson, Martin Holm e David Sheppard. Se la prima, “Music And Migration”, era servita a presentare lo spirito e l’ampio spettro musicale della Second Language, prendendo come spunto un tema ben preciso, molto meno definiti sono i contorni e gli stessi significati sottostanti alla nuova raccolta “Vertical Integration” – prodotta in sole quattrocento copie – che include diciassette pezzi esclusivi, firmati da altrettanti artisti più o meno conosciuti, che hanno accettato di buon grado la proposta di partecipare a un’iniziativa così peculiare.

Sì, perché “Vertical Integration” non è semplicemente una compilation musicale, ma al tempo stesso anche una sorta di curatissima fanzine di oltre trenta pagine in formato A5, che sostituisce le ormai abituali scatole di cartone fatte a mano della Second Language nella funzione di contenitore per il cd e, soprattutto, raccoglie un’approfondita intervista ai partecipanti, che vengono, tra l’altro, interrogati tutti circa la loro interpretazione del titolo della compilation.
Le interviste sono tutt’altro che banali e le risposte al quesito sul significato del titolo sono tra le più varie – dagli alberi al sesso – tanto quanto lo sono i diciassette brani che formano la parte strettamente musicale della pubblicazione, come spesso capita con le opere in qualche modo legate a Glen Johnson, in bilico tra rimandi folk, ceselli elettroacustici e spettrali incursioni ambientali.
Rispetto alla precedente raccolta, “Vertical Integration” presenta una ben più limitata selezione drone/post-classica, risultando invece decisamente più orientata alle melodie, a vere e proprie canzoni, improntate a variopinte attualizzazioni folk, ovvero a sonorità eteree, oblique e in qualche caso pure tenebrose.

Nel lotto dei partecipanti spiccano Robin Saville, Tunng e Klima, che l’acutezza di chi gestisce l’etichetta ha nuovamente voluto associare a qualche eccellenza più nascosta e a nomi sconosciuti o quasi, scovati in seguito ad appassionata, instancabile ricerca di musica nuova sottesa allo spirito della Second Language.

Nonostante la varietà dell’offerta dei suoi brani, “Vertical Integration” risulta una raccolta estremamente coesa, resa tale da una sorta di comune denominatore ideale, tanto che le successioni talora piuttosto ardite della tracklist scorrono invece senza bruschi iati. Basti prendere ad esempio lo snodo tra la ballata acustica degli spagnoli 30km Inland (impreziosita dal violoncello di David Sheppard) e l’elettronica liquida di Dirk Markham, in bilico tra To Rococo Rot e Stereolab, oppure quello tra il folk ancestrale della bravissima islandese Ólöf Arnalds e le vorticose declinazioni folktroniche dei Tunng (la cui “Run, Turn, Follow” sembra voler riassumere in poco più di tre minuti le mille sfaccettature dei loro dischi). Lo stesso dicasi pure per la successione tra le evocazioni folk dell’affascinante Autumn Grieve e l’intersezione di battiti fragili e stasi spettrale di “You Can Go Now”, pezzo del progetto di Martin Holm, The Home Current, che vede la partecipazione in voce di Glen Johnson e, in effetti, potrebbe davvero sembrare un brano dei Piano Magic.

Oltre a una certa comune sensibilità nel modo di approcciare la composizione da parte degli artisti coinvolti, altro elemento trasversale alla raccolta è la significativa presenza femminile, anch’essa esplicantesi in registri espressivi molteplici: dai sospiri elettroacustici della nuova scoperta svedese Tula alla limpidezza rinascimentale dell’habitué Angéle David-Guillou (Klima), dall’intensa piéce pianistica di Anna Rose Carter a quella che sostiene l’ovattata ballata di Anna Brønsted (Our Broken Garden), dal folk fuori dal tempo delle citate Ólöf Arnalds e Autumn Grieve alle modulazioni e ai drone di flauto e archi di Isnaj Dui.

Infine, va sottolineato l’ulteriore elemento di interesse di questa raccolta così particolare, ovvero il suo conciliare proposte di artisti finora apprezzati quasi soltanto da piccole nicchie di cultori con un paio di recuperi da un passato più o meno remoto. È il caso di Pete Astor (Wisdom Of Harry e, di recente, Ellis Island Sounds), la cui ballata “Tree Of Birds” rispolvera un romanticismo bucolico di grandissima classe cantautorale, e di Mark Fry, icona dell’acid-folk britannico a partire dall’isolata gemma “Dreaming With Alice”, stampata solo in Italia nel lontano 1972, che qui incontra i suoi ipotetici successori psych-folk The A. Lords.

Insomma, sono davvero tanti i motivi che rendono speciale questa raccolta, ottimamente curata dal punto di vista della ricchezza e della qualità della musica in essa contenuta e davvero unica per quanto riguarda il profilo concettuale e del packaging. La limitatezza della tiratura e l’esplicita richiesta da parte degli artisti di non diffondere le diciassette tracce sulla rete contribuiscono poi a circondarla di un’aura di preziosità, da interpretare soprattutto quale indice di una passione musicale che quasi si stenta a credere appartenga a questo tempo.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 14 agosto 2010 da in recensioni 2010.
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