music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

All Alone In An Empty House

LOST IN THE TREES – All Alone In An Empty House
(Anti-, 2010)

“I got love songs, i got songs that make you cry”

A conferma della grande vitalità e della sterminata offerta musicale della quale sono costellate le diverse sfumature dell’indie-folk di questi anni, giunge il recente fenomeno per cui sempre più spesso avviene di scoprire produzioni di valore a una certa distanza temporale dalla loro uscita originaria, magari in occasione di nuove pubblicazioni da parte di etichette dalla più ampia diffusione. È stato, poche settimane fa, il caso degli Hey Marseilles, ed è anche quello dei Lost In The Trees, ampio collettivo di una dozzina di musicisti, gravitante intorno alla figura di Ari Picker, giovane e tormentato songwriter proveniente da Chapel Hill, North Carolina.

Benché questo suo album di debutto – che seguiva di poco l’Ep “Time Taunts Me” – risalga dapprima al 2008, la sua odierna pubblicazione da parte dell’importante Anti- non costituisce una semplice ristampa, poiché questa nuova edizione di “All Alone In An Empty House” vede altresì l’aggiunta di alcune parti strumentali, nonché di una produzione professionale, ad opera di quello Scott Solter già responsabile di alcune opere di artisti del calibro di Tarentel, Okkervil River, The Mountain Goats e John Vanderlisce.
In questa versione parzialmente rinnovata, “All Alone In An Empty House” mantiene intatta la sua fisionomia di esperimento di autoanalisi in musica (le storie narrate provengono dalla biografia reale di Picker e dalla sua infanzia fatta di abbandono e violenze), rafforzandone anzi l’espressività nella più curata veste sonora, che amplifica la portata della peculiare intersezione tra classicismo e cantautorato folk che costituisce il punto saliente del progetto Lost In The Trees. Benché lo stesso Picker qualifichi la sua musica come “orchestral folk”, la chiara definizione non rende appieno l’idea della peculiare modalità di equilibrio tra i due elementi tra i quali viene delineata nell’album una sorta di inversione di piani rispetto ai canoni del folk orchestrale: qui non si tratta infatti di semplici soluzioni di arrangiamento, poste a cornice di ordinarie ballate, quanto piuttosto sono proprio le canzoni e i rimandi alla tradizione folk a completare (e nemmeno sempre) il ricco afflato classicista di torsioni orchestrali in qualche caso addirittura nervose e travolgenti.

È pur vero che nel corso delle undici tracce vi è spazio per accenni di un minimalismo intimo e pacato (nella soffusa ballata “Love On My Side” e nella confessione a cuore aperto “Song For The Painter”), tuttavia il fulcro del disco ruota intorno all’impianto orchestrale costituito da una completa sezione d’archi e di fiati, nonché da glockenspiel, mandolino e fisarmonica. Tale variegata strumentazione giunge ad affiorare in primo piano nei due sketch “Mvt. I” e “Mvt. II” (un teso florilegio da camera il primo, più aggraziato e romantico il secondo), facendo comunque da sfondo pressoché costante per la voce di Picker, spesso inarcata in narrazioni irrequiete, il cui andamento, fin dall’articolata title track iniziale, rispecchia fedelmente la fragile altalena emotiva di brani rivolti alla pacificazione con un passato di solitudine (“I’m so selfless here, I’m so lonely here”).

Tra rimandi bucolici, interludi aggraziati e improvvise impennate di un’intensità ruvida e disperata, Picker e i suoi numerosi soci offrono un canzoniere vitalissimo e profondamente sentito, che pur destreggiandosi con buona abilità di scrittura in passaggi più sommessi e riflessivi, si caratterizza per il suo struggente lirismo e per il passo svelto di ballate dai continui rilanci orchestrali, dense di teatralità drammatica (“Walk Around The Lake”) ma talvolta anche liberate in danze scatenate (“Fire Place”, “A Room Where Your Paintings Hang”).

Sono questi ultimi i casi in cui emergono con prepotenza le analogie con band quali Okkervil River e Decemberists, sicuramente affini per spirito e costruzioni, alle quali tuttavia i Lost In The Trees non possono essere integralmente sovrapposte, grazie alla personalità forte e sfaccettata di Ari Picker e al suo complesso mondo emotivo. Emblematico è, in tal senso, che dopo i momenti di quiete e le tempeste orchestrali che caratterizzano tutto il lavoro, il menestrello si riservi in quasi completa solitudine il proscenio finale, con una dedica delicata e primaverile (“For Leah & Chloe”), come se la musica avesse adempiuto la sua funzione catartica e pacificatrice, dissolvendo la tensione e il tormento dei ricordi con i quali il disco si era aperto.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 31 agosto 2010 da in recensioni 2010.
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