music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Holly Lane

CLEM LEEK – Holly Lane
(Hibernate, 2010)

I rintocchi di una pendola d’epoca scandiscono il debutto sulla lunga distanza di Clem Leek, giovane compositore inglese già segnalatosi lo scorso anno tra i nomi più interessanti di quell’ormai affollata scena in bilico tra scultura sonora, drone music e afflati post-classici.
Dai ben tre Ep rilasciati nel volgere di pochi mesi (“Through The Annular”, “Snow Tales” e la collaborazione con Jannick Schou “Pimlico”) a un album organico il passo è breve ma non poco significativo per un artista impegnato a esplorare in prima persona lande di desolata emozionalità, oltre che a diffondere musica altrui attraverso la sua valida etichetta Schedios.

Se le concise opere precedenti ruotavano principalmente intorno ad aggraziate strutture melodiche tracciate dal pianoforte, in “Holly Lane” Leek si concentra in maniera decisa su field recordings, archi e drone avvolgenti.
Ne risulta dunque un lavoro dalle tonalità alquanto cupe, conseguite attraverso l’elongazione di note che risuonano ora a folate uniformi, ora puntellate da fremiti ritmici, samples e voci distanti, a tratteggiare una dimensione spazio-temporale aliena.
L’abbraccio amniotico di “Holly Lane” è fin dall’inizio un flusso accogliente, nel quale esili frammenti elettronici increspano un tappeto melodico di archi scossi con sobria sensibilità: “Mystery Moor” è dunque già il perfetto biglietto da visita di un lavoro che coniuga un estremo rigore espressivo con impressioni cinematiche e convinte aperture emozionali.

Abbandonate le suggestioni del pianoforte, il musicista inglese ha inteso dunque cimentarsi sul sottile crinale che separa austere partiture (dark-)ambient e sfumature sognanti capaci di smuovere gli animi attraverso armonie e timbriche morbide. Benché il lavoro sia concettualmente dedicato a luoghi che fanno parte della sua memoria, Leek evita ogni facile concessione al romanticismo, rendendo tuttavia sinuose e attraenti le tante composizioni nelle quali sono i drone a prendere il sopravvento. Anzi, sono proprio i filtraggi elettronici a impressionare per raffinatezza e sviluppo armonico in pezzi quali la title track e “Mistletoe Lane”, che giungono a diradare le tenebre della parte iniziale del lavoro in atmosfere luminose e impalpabili, a metà strada tra Hammock e Stars Of The Lid.
Gli spettri tornano però ben presto a materializzarsi sotto forma di vocalizzi claustrofobici, riverberi e prolungati delay, che sospingono effetti chitarristici (“Cliff Castle”) e sparse note di piano (“Greylings Manor”) in un movimento circolare e grondante fascino oscuro.

La sintesi di un lavoro tanto denso e coeso è racchiusa nell’immaginifica traccia conclusiva, che bilancia in maniera impeccabile la sensibilità classica evidenziata nei primi Ep e il più ampio spettro compositivo attuale che, proprio nell’intersezione tra uno straniante drone di violoncello e le cristalline lacrime di violino di “The Burnt Home”, raggiunge una solennità brumosa e accorata, sospesa tra angoscia e speranza e in qualche misura assimilabile a quella rifusa da Richard Skelton in “Landings”. E proprio analogamente a quell’opera, anche “Holly Lane” vive di un’intensità vibrante e spontanea, concentrata in poco più di quaranta minuti di musica che si libra sul puro istinto, immune da qualsiasi affettazione, a mirabile conferma delle notevoli potenzialità di un artista il cui nome sarà opportuno tener da conto tra i tanti interpreti ambient-classici contemporanei.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 4 settembre 2010 da in recensioni 2010.
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