music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Age Of Adz

SUFJAN STEVENS – The Age Of Adz
(Asthmatic Kitty, 2010)

Se c’era un artista in grado di scompaginare i canoni e i cliché del cantautorato folk, inteso in tutte le sue più varie declinazioni, questi non poteva che essere Sufjan Stevens.
Il talentuoso songwriter e compositore del Michigan torna a pubblicare un lavoro in studio a ben cinque anni dal celebrato kolossal “Illinois”, e lo fa con un’opera che, senza mezzi termini, rappresenta un vero e proprio terremoto.

Scordatevi l’ormai comprovata boutade dei cinquanta Stati; scordatevi i quadretti bucolici dalle tinte pastello a base di banjo e chitarrine; scordatevi le citazioni bibliche, l’articolato zibaldone storico e umano di “Illinois” e qualsiasi unitarietà tematica o narrativa; e scordatevi pure la ricchezza di snodi melodici della recente e inattesa uscita digitale “All Delighted People”.
“The Age Of Adz” è un disco fondamentalmente elettronico. E schizofrenico.
Ma è anche un album tanto complesso da non poter essere liquidato attraverso i soli due predetti aggettivi, che pure ne riassumono il dato formale e descrivono l’inevitabile disorientamento del primo impatto d’ascolto dei suoi ben settantacinque minuti di durata.
Di schizofrenico vi si riscontra l’apparente cesura con i dischi precedenti e la frenetica tendenza al trasformismo, adeguatamente raffigurata dal titolo e dall’artwork, entrambi mutuati dalle allucinate visioni di mostri mitologici, alieni e profezie apocalittiche racchiuse nelle opere di Royal Robertson, pittore scomparso nel 1997 e appunto affetto da gravi disturbi della personalità.
Di elettronico vi è l’impianto sonoro, che costituisce la più palese novità del disco: un’elettronica vintage e in un certo senso “povera”, quasi tutta incentrata su drum machine e synth analogici, ripescata dai tempi di “Enjoy Your Rabbit” e qui elevata a protagonista sostanziale di brani che tuttavia, a ben vedere, non divergono poi più di tanto dalla vena orchestrale e dalla propensione al musical connaturate all’eclettico profilo artistico di Stevens.

Tastiere analogiche, accenni psichedelici e sferzate elettroniche talora aspre e distorte costituiscono infatti i prevalenti elementi accessori, per quanto fondamentali, di canovacci che per il resto lasciano trasparire una certa continuità col passato, in termini quanto meno di scrittura e soluzioni d’arrangiamento. È pur vero che chitarrine acustiche e atmosfere ovattate (ma adesso liquide e stranianti) restano confinate nel solo florilegio bucolico “All By Myself” e nei primi e ultimi due minuti del disco; tuttavia ampia parte della sua corposa mole si dimostra intesa a coniugare scatenata coralità e magnificenza orchestrale con nuove e imprevedibili imprese. Da un lato, scandagliare il pop elettronico mainstream tra anni 80 e primi 90 e persino certa dance music coeva o appena più risalente e, dall’altro, utilizzare incursioni acide, ritmiche spezzate e ricorrenti decostruzioni per far deragliare pezzi che in molti casi avrebbero tranquillamente potuto indossare vesti più usuali. Basti pensare al gioioso uptempo di “I Want To Be Well” – ideale prologo a una scatenata danza corale e invece percorso da saturazioni ondivaghe e poi decostruito da rumorismi elettronici – o ai cori violentati da tastierine analogiche della title track, i cui otto minuti vivono di continui rilanci e aperture orchestrali, interpolate senza sosta da battiti indietronici d’ogni risma.

Più penetrante il ruolo dell’elettronica risulta nei due brani già resi disponibili in anteprima tramite la pagina Bandcamp dell’artista: il saggio di modernariato pop “I Walked”, che trasferisce la giocosità indietronica dalle camerette ai saloni alle grandi hall sinfoniche, e quello di psych-pop post-atomico di “Too Much”, che in meno di sette minuti descrive una costellazione di distorsioni, detonazioni e sciabordii acidi, che avviluppano il serafico flusso di melodie e cantato, fondendosi con l’enfasi orchestrale, riaffiorante sotto forma di fiati e arrangiamenti rileyani. Spunti della medesima natura popolano l’ariosa teatralità di “Vesuvius” – potenziale ballata acustica, filtrata attraverso una lente psichedelica che congiunge piano claudicante, tastierine e archi striduli, mentre un coro broadwayano declama “Sufjan follow your heart…” – e la circolarità ipnotica di “Now That I’m Older”, che muove da note pianistiche spettrali per approdare a un mantra orientaleggiante.
Discorso a parte (e, quasi, recensione a parte) meriterebbero i venticinque minuti e mezzo della conclusiva “Impossibile Soul”, un caleidoscopio interstellare che, senza pretesa di esaustività, riassume (si fa per dire) overdrive cosmiche da vecchia psichedelia, inediti toni black, interludi ambientali di stridori chitarristici e tastiere polverose, iterazioni pianistiche, coralità ossessiva e free, torsioni post-futuriste, frantumazioni surreali e citazioni anni 80 sotto forma di scatenati passi dance-pop e di una sorta di lounge analogica da videogioco d’annata.

Insomma, una quantità e una tipologia di ingredienti incredibile e non poco spiazzante (alzi la mano chi avrebbe mai pensato di sentire Sufjan Stevens filtrare la propria voce all’Auto-Tune oppure cantare “I’m not fucking around”!), per un album per molti versi indecifrabile nella sua deliberata stramberia (“Adz” va non a caso letto come “odds”), eppure a suo modo pienamente compiuto e niente affatto impersonale, come testimonia il ripiegamento di molti testi su argomenti sentimentali e su un certo protagonismo dell’autore.
E benché da un punto di vista strettamente cantautorale permanga l’impressione che non siano queste le vesti sonore più adeguate per le canzoni di Stevens, sarebbe oltremodo limitante farne una mera questione di forma, nonché ozioso pensare a come gli stessi brani avrebbero potuto suonare se arrangiati come in “Illinois”. Ma un autore così geniale – e un po’ folle – non poteva certo accontentarsi di imprese facili; in tal senso, l’approccio “spaziale”, arty, apocalittico e (retro-)futurista di “The Age Of Adz” costituisce una scelta artistica indubbiamente coraggiosa e una tappa potenzialmente molto significativa per una nuova declinazione del (folk-?)pop orchestrale del terzo millennio. A meno che prima o poi non si scopra che, fedele alla sua indole bizzarra, il buon Sufjan stava solo scherzando.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 29 settembre 2010 da in recensioni 2010.
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