music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Innundir Skinni

ÓLÖF ARNALDS – Innundir Skinni
(One Little Indian, 2010)

A ennesima smentita dello stereotipo dell’Islanda quale luogo musicale popolato esclusivamente da ambientazioni atmosferiche, ecco il lavoro con ogni probabilità destinato a regalare maggiore visibilità internazionale alla fata folk Ólöf Arnalds, già segnalatasi con un album di debutto, “Við Og Við”. la cui diffusione rimase circoscritta alla cerchia dei cultori del genere e al Paese d’origine, ove ricevette il riconoscimento di disco dell’anno 2007 da parte del più importante giornale nazionale.

Da allora più di qualcosa è cambiato per l’affascinante Ólöf, di pari passo sotto il profilo personale e artistico. Laddove “Við Og Við” era un lavoro intimamente sentito (la cui scrittura venne segnata in profondità dalla morte del padre), incentrato sull’essenzialità della chitarra e in origine pubblicato nella sola Islanda, il nuovo “Innundir Skinni” (trad.: sotto la pelle) la vede avvalersi di numerosi collaboratori e di una distribuzione major e cimentarsi in narrazioni a tratti persino gioiose, senz’altro ispirate anche dalla sua recente maternità.
È infatti un’artista matura e consapevole di sé quella che traspare dai poco oltre trenta minuti di un disco che trasforma l’elfica “fanciulla triste con la chitarra” in autrice e interprete di gran classe, alla quale non possono che aver giovato le collaborazioni seguite al primo disco e il più ampio contesto strumentale, che adesso include, tra gli altri, percussioni, violini, chitarre elettrica e charango (strumento sudamericano affine al mandolino e all’ukulele).

Mutata è altresì la modalità di scrittura dei brani, non più impostati sulle corde della chitarra ma primariamente costruiti a partire da una melodia, alla quale poi gli strumenti sono stati via via adattati; parzialmente diverse sono anche le tonalità di un disco che non rinuncia a più cupe incursioni nel folk ancestrale tratto dalla tradizione dei cantori islandesi, ma è pure capace di assumere i contorni di danza gioiosa, come nel caso dell’iniziale “Vinur Minn”. Ad accentuare il carattere arcano delle ballate di Ólöf Arnalds è poi il connubio tra la sua voce incantata e l’incedere di timbri alti e gutturali della sua lingua madre, pur per la prima volta abbandonata in un paio di passaggi in favore di un inglese credibile e niente affatto stridente con la forte impronta di folk tradizionale di un album al cui interno si alternano limpide note acustiche che descrivono un’intimità ovattata (la title track e l’appalachiano duetto con Ragnar Kjartansson “Crazy Car”), pennellano tonalità di inusitato calore romantico (“Jonathan”), ma non disdegnano di ripescare sfumature più cupe (“Vinkonur”, “Svif Birki”).
E a conferma del meritato credito di cui gode Ólöf Arnalds tra i più importanti artisti connazionali, si aggiungano poi la coproduzione del disco firmata da Kjartan Sveinsson dei Sigur Rós e l’aggraziato duetto di “Surrender”, ove è niente meno che l’inconfondibile voce di Björk a contorcersi in sinuose volute che danno luogo una sorta di mantra fatato, dispensato da due voci diverse ma complementari, accompagnate da due sole note di mandolino.

Benché la maggiore articolazione delle soluzioni sonore comporti una certa perdita di omogeneità rispetto all’unitaria formula dello splendido debutto, dall’album traspare comunque la limpida classe di un’artista in grado di ricreare, in concise ballate, atmosfere intrise di un fascino atemporale e di una schiettezza espressiva rara in ben più magniloquenti produzioni di folk al femminile. Il risultato complessivo è meno ad effetto rispetto a quello del suo primo “Við Og Við”, ma alla fine non si può dissentire dalla conclusione espressa dalla stessa Ólöf nella traccia finale del disco: “Allt I Guddi” (all is good).

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 28 settembre 2010 da in recensioni 2010.
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