music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Golden Sea

OUR BROKEN GARDEN – Golden Sea
(Bella Union, 2010)

Anna Brønsted è senza dubbio una delle più affascinanti tra le nuove voci femminili in circolazione. Tale assunto, dal quale possono trarsi le mosse per avvicinarsi al suo nuovo album “Golden Sea”, risultava già con chiarezza dal precedente “When Your Blackening Shows”, lavoro con il quale la pianista e tastierista danese – già collaboratrice degli Efterklang – ha intrapreso un percorso solista sotto la denominazione Our Broken Garden.

Emanazione più o meno diretta di quel disco, “Golden Sea” presenta un’artista alla ricerca di una maggiore profondità e articolazione delle sognanti ballate che ne avevano caratterizzato l’ottimo esordio; in particolare, la sua voce è qui calata in dense texture elettroniche e in atmosfere più oscure e sinistre, peraltro ricorrenti altresì nelle tematiche escatologiche che contrassegnano molti dei testi.

Ne risulta un lavoro in bilico tra tentativi di conferire ambientazioni di fosca solennità alle morbide melodie della Brønsted e strizzate d’occhio a un electro-pop dalle maggiori potenzialità di diffusione, ad esempio sulle orme di Björk o Bat For Lashes. Tale ultimo intento, non certo di per sé deplorevole, rappresenta tuttavia un fattore di alterazione delle qualità per le quali il progetto Our Broken Garden si era fatto conoscere e apprezzare. Benché nella maggior parte dei brani di “Golden Sea” permangano le liquide melodie pianistiche e i languidi vocalizzi di Anna Brønsted, le atmosfere eteree così delineate sono a più riprese sovrastate da percussioni e battiti elettronici, o disciolte in quelle che vorrebbero essere folate sintetiche dreamy e che invece in definitiva risultano coltri plasticose che tendono a uniformare la fisionomia di brani che per ampi tratti del disco già non eccellono per riconoscibilità di scrittura.

Così, se l’incipit di “The Departure” lascia ben sperare, con le sue evanescenti melodie al pianoforte, lo stesso inarcarsi teatrale delle interpretazioni di “In The Lowlands” e “The Fiery And Loud” è rovinato nel primo caso da una sezione percussiva che appare distaccata dalle altre componenti del brano, e nel secondo da pulsazioni elettroniche che si sovrappongono agli archi risultando algide e fastidiose. La coniugazione tra electro-(dream-)pop e trip-hop riesce in parte nella bjorkiana “Garden Grow”, mentre da lì in poi la tracklist si smarrisce in dolcezze stucchevoli (“The Burial”, “Share”) e in una sostanziale piattezza, priva di spunti ad eccezione di quelli di un’artefatta rideclinazione di sonorità sognanti.

Oltre a una scrittura non particolarmente efficace, le più evidenti carenze di “Golden Sea” si riassumono nelle spersonalizzanti sovrastrutture produttive e nella disorganicità delle parti ritmiche, che risentono del fatto di essere state realizzate da musicisti diversi, risultando di tutta evidenza poco coordinate con le strutture dei brani.

Anna Brønsted continua ad avere una bella voce, che però, in questo caso, non è elemento sufficiente per fare un disco di valore.

(pubblicato su onadrock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 21 ottobre 2010 da in recensioni 2010.
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