music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Trip

LAETITIA SADIER – The Trip
(Drag City, 2010)

Quando una artista lega per due interi decenni la sua voce e il suo stile a quello di un progetto dall’impronta netta e originale, ogni ulteriore tentativo solista finirà inevitabilmente per gravitare nel cono ombra di un passato tanto più ingombrante quanto più decisivo è stato il suo apporto per la fisionomia di un’esperienza densa ma dietro le spalle.
Non può che essere altrimenti anche per Laetitia Sadier, che anticipa di poco l’esito ormai definitivo degli Stereolab (già annunciato il loro imminente album di commiato) con un agile lavoro solista, il primo a essere pubblicato sotto il suo nome al di fuori della band originaria e del parallelo progetto Monade.

Nei trentacinque minuti di “The Trip” è dato ritrovare la fascinosa voce della Sadier, così come molte delle ambientazioni retro-futuriste alle quali le sue interpretazioni dall’accento francese aggiungevano un’aura di sensuale intellettualismo. Sarebbe tuttavia errato considerare questo “viaggio” intimo e sentito tra ricordi e interrogativi di toccante umanità alla stregua di una mera appendice dello straordinario percorso della band d’origine: da un lato il ricorrere di argomenti esistenzialisti in molti dei testi non può non far pensare a una sorta di ideale dedica alla sorella suicida e alla compianta Mary Hansen – compagna di indimenticabili intrecci vocali – mentre dall’altro l’introduzione nel suono di chitarre e percussioni più decise attesta la volontà della Sadier di affrancarsi dalla sola immagine di vocalist degli Stereolab.
A quest’ultimo risultato ha senz’altro contribuito la genesi sostanzialmente “americana” del disco, coprodotto da Richard Swift e arricchito di spunti corali e cadenze ritmiche finora quasi del tutto assenti nelle precedenti opere dell’artista di origine francese.

Ne risulta uno strano ibrido tra retaggi vecchio stampo di modernariato organico, sofisticato lounge-pop, citazioni kraute e aperture sognanti, che vede Laetitia Sadier alternare ancora inglese e francese ora in uniformi declamazioni, ora in torsioni circolari, ora in aperture sognanti che delineano un romanticismo venato da sottile malinconia. Nel corso delle dodici tracce (tra le quali tre interludi e tre cover) è quasi impossibile ricadere in modalità già invalse con gli Stereolab, tanto per il gusto caleidoscopico per pulsazioni liquide e melodie interstellari fuori dal tempo quanto per le filastrocche dall’andamento incrementale, che ricorrono in brani quali “Fluid Sand”e “Natural Child”, conferendo variazioni strutturali a costruzioni armoniche per il resto fin troppo piatte, insistite e talvolta palesemente artificiose (“One Million Year Trip”, “Another Monster”). Sensazione corroborata peraltro dal fatto che, ad eccezione delle sole “Statues Can Bend” e “Ceci Est Le Coeur”, la scrittura delle canzoni denoti più di qualche limite e che quindi la Sadier risulti in definitiva più a proprio agio nella rielaborazione di canzoni altrui che non nella composizione delle proprie. Alquanto peculiare la scelta delle tre cover, “Un Soir, Un Chien” di Les Rita Mitsouko, “Summertime” di Louis Armstrong e “By The Sea” di Wendy & Bonnie; ed è proprio quest’ultima a rappresentare il picco dell’album, con il suo crescendo multicolore e un vezzoso coretto “pa pa pa” che rimanda decisamente a tempi migliori.

Piuttosto che l’immediato spin-off di una storia artistica troppo importante per non subirne le conseguenze, “The Trip” va dunque considerato il primo capitolo di un percorso nuovo e come tale ancora incompiuto, benché non privo di spunti di interesse. Di certo vi è che oggi rinasce una Laetitia Sadier parzialmente nuova, che degli Stereolab mantiene vivo il ricordo indelebile ma per molti versi perpetua il lungo crepuscolo.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 29 ottobre 2010 da in recensioni 2010.
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