music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Dark

THIRD EYE FOUNDATION – The Dark
(Ici D’Ailleurs, 2010)

Per Matt Elliott è giunto nuovamente il momento di voltare pagina e di (ri)aprire un capitolo della sua lunga esperienza artistica, dopo la duratura e magnifica parentesi dei quattro lavori pubblicati sotto il suo nome, comprendenti la trilogia di “Songs”, che aveva messo a frutto il suo interesse per le tradizioni musicali dell’Europa centro-orientale e mediterranea, trasformandone la figura in quella di cantore dolente di un’umanità destinata a ineluttabile perdizione.
La nuova transizione del poliedrico artista bristoliano è resa emblematica dal ritorno alla denominazione Third Eye Foundation (abbandonata dal 2001, se si eccettua qualche comparsa limitata a remix e retrospettive) e dalla correlativa ripresa di quelle destrutturazioni sonore che ne avevano contrassegnato il primo segmento della produzione.

Non si pensi, tuttavia, a un mero ripiegamento su quei landscape post-industriali già ampiamente scandagliati nei lavori compresi tra “Semtex” e “Little Lost Soul”, poiché il decennio nel frattempo intercorso ha segnato Matt Elliott tanto dal punto di vista stilistico-espressivo quanto da quello delle concomitanti esperienze musicali, delle quali ha introiettato il linguaggio, che adesso restituisce con immutata classe e con un piglio concettualmente affine a quello dei tre album di “Songs”.
A mutare profondamente sono invece i codici comunicativi e le basi a partire dalle quali l’artista inglese rideclina le visioni apocalittiche che già pervadevano le sue fosche ballate acustiche, riaffidandole nuovamente a profonde manipolazioni elettroniche.

“The Dark” è infatti un unico monolite sonoro di quaranta minuti, ripartito in cinque movimenti distinti ma privi di effettiva soluzione di continuità e in progressivo crescendo di pathos, tensione ipnotica e sequenze ritmiche. Supportato dal collega di lungo corso Chris Cole e dal giovane talento francese Chapelier Fou, Matt Elliott trae le mosse da loop organici e pulsazioni elettroniche per descrivere le alienazioni, percorse da battiti in levare e da sferzate via via più ruvide, dei paesaggi vagamente hood-iani dell’iniziale “Anhedonia”. L’incapacità del piacere (anedonia, appunto) viene del resto posta quale diretta conseguenza dell’assenza di speranza che già si respirava nella trilogia precedente e che adesso si esprime nell’incedere ossessivo di composizioni claustrofobiche, tempestate di segmentazioni talora incalzanti, che ad esempio lungo i dieci minuti di “Standard Deviation” sfociano prima in una sorta di ibridazione dubstep di frequenze jungle, per poi deragliare in un’orgia di suoni destrutturati, sotto la cui superficie si percepisce distintamente il fragore di chitarre filtrate e lavorate.

Benché non manchino momenti di requie, come quelli delle suggestioni decadenti che chiudono la spettrale “Pareidolia”, l’intero lavoro si atteggia come una sequenza di progressioni ritmiche sempre più aspre e drammatiche, in parallelo simbolico con l’avanzare di un percorso narrativo che, pur rinunciando alla parola, si addentra sempre più negli spaventosi recessi di un mondo post-moderno, popolato da demoni incarnati da residui vocalizzi sbilenchi e virate strumentali in qualche occasione piuttosto brusche. Il tutto culmina con il brano più breve e abrasivo “If You Treat Us All Like Terrorists We Will Become Terrorists”, un urlo impetuoso che fin dal titolo sembra voler riassumere in forma sonora le lunghe e appassionate analisi politiche affidate da Matt Elliott al suo blog su Myspace, spesso concentrate proprio sul tema della restrizione dei diritti fondamentali.
Qui – e in tutto “The Dark” – il disorientamento della contemporaneità viene reso attraverso una nuova repentina trasformazione di paradigmi espressivi, alla cui apparente cesura stilistica corrisponde una sostanziale continuità nella narrazione elliottiana di disperate derive morali, che adesso non sembra più richiedere canti ebbri e trenodie, ma torsioni urticanti e battiti oppressivi.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 8 novembre 2010 da in recensioni 2010.
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