music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Ode To Sentience

EMILY JANE WHITE – Ode To Sentience
(Talitres, 2010)

Non è più una novità la classe di Emily Jane White, scoperta e inizialmente coccolata da David Tibet, cantautrice californiana che con “Ode To Sentience” giunge adesso al suo terzo album ufficiale, che per la seconda volta vede la luce attraverso una pubblicazione europea (francese, per la precisione) prima ancora di quella nel suo Paese d’origine.

L’inevitabile venir meno dell’effetto-novità suscitato dal suo splendido disco d’esordio non deve tuttavia far pensare a un inaridimento della classe interpretativa e della convincente capacità di scrittura che si erano fatte apprezzare in “Dark Undercoat”, né tanto meno all’insistenza, da parte dell’artista sulla naturale affinità catpoweriana della sua voce di seta, capace al tempo stesso di melodie suadenti e di sfumature fortemente evocative. Al contrario; al terzo album nel volgere di un triennio, la vena creativa di Emily Jane White è ben lungi dall’essersi esaurita, anzi la progressiva acquisizione di maturità e la sua volontà di distaccarsi dal cliché – appropriato ma decisamente riduttivo – di “più credibile erede di Cat Power” l’hanno indotta a cimentarsi prima con la più esplicita ricerca di un’America scomparsa (“Victorian American”, giusto un anno fa) e adesso con un’elegante e personalissima rideclinazione di un folk romantico e fuori dal tempo, resa attraverso ballate a base di chitarra e pianoforte.

Sono questi gli ingredienti principali delle dieci tracce di “Ode To Sentience”, che da simile falsariga e da arrangiamenti d’archi di grande suggestione traggono le mosse per evolversi in canzoni che non rinnegano i suoni della tradizione americana, ma li sviluppano senza i retorici vaneggiamenti di un’Arcadia, ma anche senza quella veste intimista che – chissà perché – viene troppo spesso e superficialmente tacciata di banalità o manierismo.
Ebbene, Emily Jane White riesce a collocarsi in maniera equilibrata a metà strada tra un songwriting spontaneo ed essenziale e fascinazioni che spaziano da recondite memorie appalachiane (“Black Silk”) a citazioni bluesy (“The Cliff”, “The Preacher”) portate a compimento con grazia maggiore e risultati più apprezzabili rispetto a quelli di recente conseguiti dalla più illustre e scontata pietra di comparazione Chan Marshall.
L’album è infatti una sequenza di ballate in bilico tra delicatezze acustiche e accenni di blues elettrico, impreziosite da soluzioni armoniche che esaltano il naturale lirismo della voce della White e la sua estrema sensibilità nel tratteggiare atmosfere vagamente tenebrose, veicolate da un cantato in prevalenza sinuoso e ovattato e da testi che, in coerenza con le tematiche a lei care fin dal debutto, indugiano sovente su un immaginario claustrofobico e spettrale (“you do not feel the light”, “there’s a ghost inside of you and I can see it peering through”).

A completare il quadro, provvede poi il fascino raffinato dell’intreccio tra pianoforte e archi, che da solo sostiene alcuni tra i pezzi più riusciti, quali “I Lay To Rest (California)” e “Requiem Waltz”, e la purezza di un canovaccio narrativo sempre estremamente fluido e misurato, che riesce efficace anche nei brani incentrati su un picking le cui cristalline iterazioni contribuiscono non poco a conferire un’aura arcana e inafferrabile a quelle che, a una lettura superficiale, potrebbero invece apparire come canzoni di un’autrice tra le tante. Cosa che, dopo tre album di alto livello in un lasso di tempo così ristretto, non può certo considerarsi un’artista della classe e delle potenzialità espressive di Emily Jane White. E “Ode To Sentience” ne rappresenta una nuova incoraggiante conferma.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 27 novembre 2010 da in recensioni 2010.
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