music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Born Music

PADANG FOOD TIGERS – Born Music
(Under The Spire, 2010)

Progetto costituito da Spencer Grady e Steven Lewis, due terzi dei Rameses III, Padang Food Tigers nasce come una declinazione in chiave più scarna e minimale di quanto dai due artisti espresso nel più ampio contesto dell’immaginifica band drone-folk inglese. Un’anticipazione di quanto contenuto nel (mini-)album “Born Music”, licenziato nell’abituale edizione limitata dell’etichetta Under The Spire, era stata offerta già dai dieci minuti dell’Ep di debutto “Going Down Moses”, le cui calde tonalità malinconiche popolavano la musica del duo di sentori bucolici e di quell’aura rurale tipicamente inglese, sviluppatasi secondo la sottile linea che unisce Hood, July Skies, Epic45 e ovviamente gli stessi Rameses III.

L’impostazione atmosferica e seasonal alla quale Padang Food Tigers si mostrano legati ricorre fedelmente nelle sfumature autunnali e nelle desolate sensazioni di “Born Music”, che racchiude mezz’ora di composizioni, in prevalenza assai brevi (otto su dieci al di sotto dei quattro minuti), costruite sul perfetto equilibrio elettroacustico tra drone e field recordings da un lato e chitarra, banjo e pianoforte dall’altro. Ne risulta una serie di bozzetti di morbida nostalgia campestre, in pigra evoluzione in mezzo a rumori di fondo, suoni catturati e simulacri melodici che tradiscono reminiscenze folk, ora speziate di profumi esotici, ora ammantate di un ritualismo che viaggia sul pizzicar di corde della chitarra e del banjo.

Se tuttavia nell’introduttiva title track e in “Every Heaven I’ve Ever Seen” prevalgono placide trame acustiche, nel corso del lavoro è dato apprezzare un’ampia rassegna di riverberi e screziature elettroniche, che deviano in direzione di un lavorio di persistenza, in grado di riempire le risultanze di un suono invero costruito su elementi estremamente essenziali.

Così, se il dialogo tra pianoforte e banjo di “Corpse Light Breaker” lascerebbe pensare a degli Epic45 in una scheletrica versione acustica, “Up Beat Hummer” e soprattutto gli oltre sei minuti di “Right Up Rooster” coniugano paesaggi bucolici con (relativi) uptempo organici e fragili atmosfere trasognate, in bilico tra serenità e malinconia.

Non mancano, poi, nemmeno episodi nei quali a farla da padrone sono un accurato dosaggio di field recordings ed esili manipolazioni (“You Got Me Almost Quiet”, “Not Coming Home”), né scorci più tipicamente riconducibili a un folk ovattato, descrittivo dell’inafferrabile mutevolezza di uno scorcio di luce o della stordente invariabilità di quadretti rurali sospesi in un altrove spazio-temporale (“Sunday Night Revolution”).

Ma l’intero “Born Music” è, appunto, un piccolo viaggio in una dimensione irreale, eppure descritta con dovizia di particolari, intessuta sulle note di pochi strumenti da un duo di artisti che già nelle recenti opere nel più ampio contesto dei Rameses III ha testimoniato la propria dedizione a un percorso di minimalismo per sottrazione, che anche in questo lavoro offre una colonna sonora in miniatura per contemplazioni sbalordite di vapori impalpabili ed evoluzioni di foglie cadenti dai mille colori.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 6 dicembre 2010 da in recensioni 2010.
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