music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Becalmed

SOPHIE HUTCHINGS – Becalmed
(Preservation, 2010)

Non è inusuale che una ragazzina cresciuta in una famiglia di musicisti si diletti fin dalla più tenera età a maneggiare strumenti; tanto meno singolare è il fatto che venga instradata verso il pianoforte, strumento elegante e quanto mai confacente alla grazia femminile.

È tuttavia assai meno frequente che sonate e improvvisazioni adolescenziali vengano trasfuse, pochi anni più tardi in un album ufficiale, peraltro denso, compiuto e dall’intenso contenuto emozionale. È proprio questo ciò che avviene nel caso della pianista e polistrumentista australiana Sophie Hutchings, il cui debutto discografico, realizzato dalla connazionale etichetta Preservation, trae le mosse proprio da “Seventeen”, pezzo originariamente composto proprio quando la Hutchings aveva l’età che dà titolo al brano.

Parzialmente rimaneggiato e affinato nel corso degli anni, “Seventeen”, con i suoi undici minuti di durata, funge da ideale biglietto da visita per l’artista australiana, mostrando fin da subito il perfetto equilibrio tra semplicità delle linee melodiche e sospensioni temporali dalla spiccata vena emotiva. La linearità della struttura compositiva è però tutt’altro che indice di banalità – come potrebbe apparire a una lettura superficiale – come dimostra l’accurato dosaggio degli interstizi tra le note e la graduale trasformazione del loro limpido fluire nei controllati crescendo di intensità drammatica che si inarca nel corso degli ultimi cinque minuti del brano.

Già ampiamente giustificato dal lungo incipit, il titolo del disco trova declinazioni molteplici nel corso della restante mezz’ora abbondante di musica compresa tra la melodia austera e vivace di “Sunlight Zone” e il commiato ispirato al ricordo di “It Remains”. La calma che promana dalle composizioni della giovane australiana non è tuttavia sinonimo di stasi, bensì da un lato di una continua alternanza di rilanci armonici e pause pensose e, dall’altro, di un progressivo incardinamento di elementi sul solitario scheletro pianistico, comune denominatore di tutti gli episodi di “Becalmed”.

In bilico perenne tra romanticismo e ombre angosciose, il pianoforte di Sophie disegna segmenti melodici e stop and go le cui ascendenze rachelsiane affiorano piuttosto evidenti nelle torsioni di “Portrait Of Haller” e nell’inusitato dinamismo della nostalgica “Following Sea”, non a caso i brani nei quali si affacciano componenti ritmiche a conferire corpo e movimento a iterazioni pianistiche incantate e – nel primo caso – sorprendentemente upbeat. In maniera analoga e contraria, quando a dialogare con il pianoforte sono astratte atmosfere cameristiche (organo e musical saw in “Toby Lee”, vocalizzi e drone di violoncello in “After Most”), lo strumento protagonista si ritrae quasi in secondo piano, soffondendo i brani in una coltre ambientale dai contorni vagamente spettrali.

Ma al di là dei singoli passaggi, “Becalmed” consegue un risultato di grande forza narrativa nel suo complesso di malinconia austera e niente affatto autocompiaciuta, che nei tasti del pianoforte trova un veicolo espressivo disadorno, naturale ed emotivamente coinvolgente, purché lo si sappia decriptare senza pregiudizi, travalicando i suoi caratteri meramente formali. Se dunque già considerate il minimalismo pianistico di artisti quali Max Richter, Sylvain Chauveau e Peter Broderick alla stregua di un manierismo insuscettibile di solleticare palati troppo sofisticati per apprezzare la semplicità, potete pure tenervi alla lontana da questo disco; se invece siete ancora capaci di lasciarvi coinvolgere dalla notturna intensità di un pianoforte suonato con trasporto e in quasi completa solitudine, allora quello di Sophie Hutchings potrà ben essere un altro nome da aggiungere all’elenco degli spontanei ispiratori di sogni, immagini ed emozioni.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 26 dicembre 2010 da in recensioni 2010.
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