music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Owl Splinters

DEAF CENTER – Owl Splinters
(Type, 2011)

Ci sono voluti ben sei anni per veder comparire nuovamente la sigla Deaf Center su una produzione discografica. Il duo norvegese formato da Erik K. Skodvin e Otto A. Totland è tornato a unire le proprie forze dopo tanto tempo trascorso in progetti solisti e paralleli quali, rispettivamente, Svarte Greiner e Nest.

Tanta attesa ha adesso finalmente un esito nei poco oltre quaranta minuti di “Owl Splinters”, opera che riannoda con sensibilità e maturità nuove le fila di quel gioiello che, nell’ormai lontano 2005, rispondeva al titolo di “Pale Ravine”. Inevitabile, dunque, porre quel lavoro quale punto di partenza delle ritrovate intersezioni tra gli archi di Skodvin e il pianoforte di Totland e, soprattutto, delle loro manipolazioni elettroniche che – tra drone, glitch e microsuoni – danno forma a un universo vibrante ed evocativo, a una colonna sonora tenebrosa incentrata sull’elongazione di persistenze sonore, flebili distorsioni e stille di misurate armonie.

L’anima cupa (prevalente) e quella più romantica che già nel lavoro precedente gettavano un ponte tra dark-ambient e declinazioni di un moderno classicismo, si ritrovano sostanzialmente intatte nelle otto composizioni di “Owl Splinters”, nelle quali l’identità degli strumenti principali del duo permane tuttavia sostanzialmente autonoma, integrandosi con parsimonia a saturazioni sintetiche, depotenziamenti di clangori post-industriali e con una brulicante costellazione di crepitii e liquidi field recordings.

Supportato da una produzione a un più alto livello di fedeltà rispetto al suo predecessore (è stato infatti registrato presso gli studi berlinesi di Nils Frahm), “Owl Splinters” ripresenta il duo norvegese in avvolgenti folate strumentali e impercettibili ma costanti progressioni nell’oscurità. Se si eccettuano i due interludi pianistici “New Beginning (Tidal Darkness)” e “Fiction Dawn” (entrambi poco oltre i due minuti di durata), l’album si compone di fluide piéce spettrali, che simboleggiano una lenta discesa agli inferi, lungo un sentiero dapprima tracciato da loop riverberati di compassata immaterialità (“Divided”) e quindi volutamente smarrito attraverso tenebre sempre più fitte, che corteggiano tanto accenni dissonanti quanto placidi interludi di quasi completo silenzio.

Emblema evidente ne è il brano centrale dell’album, “The Day I Would Never Have”, i cui oltre dieci minuti di durata si snodano attraverso dense coltri distorsive, dissolte soltanto dalla silente stasi e dalla delicatezza pianistica dei due minuti finali, secondo uno sviluppo analogo a quello seguito dalla conclusiva “Hunted Twice”, che consegue una significativa armonia tra gli elementi, suggellando un lavoro di sicuro fascino ma che nel complesso risulta leggermente meno organico rispetto a “Pale Ravine”.

Ciò non toglie che, dopo tanto tempo, non possa che essere salutato in maniera positiva il gradito ritorno insieme di due musicisti acuti e senz’altro maturati dalle rispettive esperienze, ai quali adesso non resta che ritrovare ulteriore coesione d’intenti, nella speranza che non si debba di nuovo attendere un lungo intervallo per la prossima uscita collaborativa a nome Deaf Center.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 18 febbraio 2011 da in recensioni 2011.
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