music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Fountain Fountain Joyous Mountain

SANSO-XTRO – Fountain Fountain Joyous Mountain
(Digitalis, 2011)

Si erano di fatto perse le tracce di Melissa Agate, fin dai tempi in cui il debutto del suo progetto solista Sanso-Xtro aveva fatto la sua comparsa tra le prime uscite della Type Records.

Da allora sono passati ben sei anni, nel corso dei quali l’artista australiana è tornata nella sua terra di origine, senza tuttavia abbandonare il gusto per una composizione musicale incentrata su un melange tra suoni acustici e analogici, destinato a creare il substrato per tremule melodie e saltuarie incursioni vocali.

Così, sotto la sapiente supervisione di Lawrence English, prende finalmente forma “Fountain Fountain Joyous Mountain”, testimonianza dell’attuale stato dell’arte della Agate che, nel corso dei trentacinque minuti di durata dell’album offre libero sfogo a un universo sonoro in perenne movimento ed espansione, nel quale convivono fragili iterazioni acustiche, giocosi polimorfismi al rallentatore e sonnolente cadenze jazzy. Nell’incontro tra synth, melodion, armonica, kalimba, chitarra e percussioni casalinghe, la Agate cesella un pullulare (micro)cosmico di frequenze ipnotiche, in grado di materializzare ora liquidi spettri, ora un desolato romanticismo, ora stratificazioni incardinate in via incrementale, a creare paesaggi alieni, compassati ma percorsi da una serie pressoché infinita di note, fremiti e detriti sonori il cui graduale sviluppo non sfocia tuttavia mai in trame dai contorni compiuti e definiti.

In un lavoro decisamente più improvvisato e meno strutturato rispetto al precedente “Sentimantalist”, la Agate riversa la stessa sapienza a livello di composizione senza con ciò riuscire a infondere l’identica magia del suo esordio. Nonostante i paesaggi sonori posseggano un forte pathos, la coesione dei suoni si perde senza un’identità precisa. Fra accenni di folk improvvisato, glitch, jazz e musica elettro-acustica, riuscire a definire il preciso intento dell’artista australiana è un compito arduo. La durata decisamente contenuta dona all’album un tocco di dinamicità che colma in parte le lacune, rendendo l’esperienza d’ascolto se non altro fresca e non insostenibile.

Dopo un inizio efficace e molto positivo (“Fountain Fountain” e “The Origin Of Birds” sono due gemme scintillanti), l’andamento si fa spesso martoriato con risultati indefinibili (il jazz rarefatto di “Wood Owl Wings A Rush, Rush”, la confusa “Light Come, Light Go, Ghost”), mentre “Hello Night Crow” e “Observes Shadows” si abbandonano a visioni cosmiche modeste, le cui velleità sperimentali sfociano piuttosto in una piattezza analogica che pecca di autorferenzialità.

Invischiata in un groviglio di melodie amputate sul nascere, la seconda prova di Melissa Agate inciampa in un eccesso di discontinuità, convincendo a tratti e non in maniera capillare. Per recuperare il cipiglio convincente di sei anni fa, Melissa Agate dovrà concentrare il suo innato talento tornando a focalizzare la propria attenzione esclusivamente sull’interazione fra strumenti acustici e manipolazioni elettroniche, evitando di esondare in territori a lei poco congeniali.

(in collaborazione con Alessandro Biancalana, pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 30 marzo 2011 da in recensioni 2011.
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