music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Weathering

EPIC45 – Weathering
(Make Mine Music, 2011)

Attraversare dieci anni di musica come se fossero le brughiere inglesi percorse dall’unico emblema di modernità di un treno in corsa, dal cui finestrino gettare sguardi di dolce malinconia sui fugaci colori di un crepuscolo o su simulacri di un mondo rurale affascinante, nella sua apparente insensibilità al trascorrere del tempo e delle stagioni. Questo si può dire che abbiano fatto Ben Holton e Rob Glover dal 2001 ad oggi, altrettanto alieni, nel loro tranquillo rifugio nelle Midlands Occidentali, a mode e fenomeni musicali passeggeri; eppure, nel corso degli anni, il loro progetto Epic45 ha lambito rivisitazioni shoegaze, corteggiato diverse declinazioni elettroniche, restando inevitabilmente (e assai impropriamente) invischiato nell’onnicomprensività del calderone post-rock.

Agli osservatori meno distratti di questo culto gelosamente custodito – ma con tutte le carte in regola per meritare una diffusione esponenzialmente più ampia – non sarà invece sfuggito come, accanto ai “cugini” July Skies e a pochissimi altri, la band dello Staffordshire abbia costruito un autonomo immaginario sonoro e iconografico, endemicamente legato al profondo della countryside britannica e mutevole come una brezza che solca cieli grigio-rosati e paesaggi dai perenni colori autunnali.
Nel corso degli anni, la formula si è gradualmente evoluta, tanto accentuando caratteri più atmosferici e ambientali quanto affinando i profili riconducibili alla scrittura di canzoni propriamente dette. In particolare, nei quattro anni successivi a “May Your Heart Be The Map”, Holton e Glover, oltre a intraprendere progetti soliti (rispettivamente My Autumn Empire e The Toy Library), si sono aperti a collaborazioni con artisti che ne condividessero lo spirito e, a grandi linee, l’impronta stilistica.

È proprio quel che avviene in questo loro nuovo album insieme, in misura più ampia e riuscita che mai. Non sono, tuttavia, i soli guest vocalist Antony Harding (July Skies), Stephen Jones (BabyBird) e Rose Berlin a conferire un’impronta caratteristica all’immaginario tragitto ferroviario di cinquantatre minuti di “Weathering”, e nemmeno di per sé soli potrebbero riuscirvi i pur fondamentali contributi della violinista Sarah Kemp (aka Brave Timbers) e le manipolazioni disturbate di Richard Adams, che chiudono il cerchio con le ombre tremule e l’indimenticabile spleen rurale dei suoi Hood. La magia di “Weathering” è infatti quella di un ecosistema dall’equilibrio fragile, nel quale echi bucolici rallentati, field recordings, filtraggi ambientali, florilegi cameristici e melodie trasognate convivono in una perfetta compenetrazione tra paesaggio e sentimento, che eleva la contemplazione a forma non più solo descrittiva ma adesso compiutamente comunicativa.

Malinconia latente, frammenti di immagini cristallizzate e simbolici fantasmi che popolano luoghi dispersi nel tempo e nella memoria – ovvero le tematiche più o meno abituali della band britannica – trovano adesso espressione in un caleidoscopio sonoro dai movimenti lenti e continui, che pure conserva un denominatore di ovattata atarassia. Eppure, nel canovaccio dei brani di “Weathering”, non c’è da abbassare un attimo il livello dell’attenzione d’ascolto e dell’abbandono empatico, poiché tra rilucenti coltri ambientali e rilanci narcolettici si fanno strada increspature elettroniche, serafiche stille acustiche e arrangiamenti che spaziano da cadenze sfumate al neoclassicismo più gentile.
C’è tanto, tantissimo suono, scolpito con estrema delicatezza lungo i solchi di questo lavoro, troppo per essere compendiato in pedanti elencazioni o sbrigativi rimandi ai Talk Talk, ai Bark Psychosis e agli stessi “padrini” Hood che, forse, oggi avrebbero scritto un’opera molto simile a questa in qualità di ideale seguito di “The Cycle Of Days And Seasons”. Ma in “Weathering” ci sono anche vere e proprie canzoni, finora mai così numerose in un disco degli Epic45, capaci di far sognare e commuovere con i loro intrecci vocali, le tonalità agrodolci, le storie di fantasmi e le morbide cure amorose esplicitate nella conclusiva “Washed Up”.

Perfettamente dosata anche la disposizione dei brani lungo la tracklist, con quelli più lunghi collocati ai primi e agli ultimi due posti e strategici momenti di quiete a tener dietro alcuni di quelli più intensi, come nel caso degli interludi strumentali successivi all’avvicendamento lui-lei “With Our Backs To The City”-“Summer Message” e della meraviglia “The Village Is Asleep”, con i suoi quasi sette minuti di languori bucolici e vaporose correnti ambientali. Sono senza dubbio questi, accanto alle spirali ipnotiche della title track, i passaggi che meglio rappresentano l’essenza di un lavoro di serena e toccante astrazione, il cui abbraccio protettivo si nutre della contemplazione di un cielo primaverile che muta colore, al mutare del paesaggio che scorre accanto alle rotaie: a chi ne osserva le sfumature la facoltà di condividerle in completo abbandono, oppure di continuare a custodire la musica degli Epic45 come una gemma preziosa, nella consapevolezza che dei suoi riflessi soltanto pochi hanno il privilegio di godere pienamente.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 18 aprile 2011 da in recensioni 2011.
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