music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Gallantry’s Favorite Son

SCOTT MATTHEW – Gallantry’s Favorite Son
(Glitterhouse, 2011)

“I’m a little black bird nestled in the dark / You tell me there’s an outside world / Hurricanes and sparks”; da questi versi, che ben ne rappresentano l’indole, prende le mosse “Gallantry’s Favorite Son”, terzo album di Scott Matthew, cantautore rivelatosi con un fulminante debutto omonimo nel 2008 e confermatosi l’anno successivo con l’album dal chilometrico titolo di “There Is An Ocean That Divides And With My Longing I Can Charge It With A Voltage That’s So Violent To Cross It Could Mean Death”.

Dopo una pausa di due anni, il barbutissimo australiano trapiantato a New York, si è nel frattempo affermato tra le voci più suggestive e sensibili del recente cantautorato folk-pop.
Come dimostra l’emblematica citazione riportata all’inizio, lo Scott Matthew che si affaccia alla sua terza prova è un artista rintanato nel suo solitario rifugio, eppure al tempo stesso pacificato nei confronti del mondo esterno attraverso la luce positiva dell’amore, che illumina con inedita decisione buona parte delle undici tracce di folk intimo e spirituale, raccolte in un lavoro equamente diviso tra sofferenza della solitudine e gioia del sentimento.
Al rinnovato mood, corrisponde una parziale variazione nel registro di Matthew, che adesso rinuncia quasi del tutto a toni esulcerati, plasmando la sua voce in un falsetto sospirato e in soluzioni sonore che corteggiano sempre una lieve dimensione orchestrale, ma sono sempre più spesso incentrare sulla sola essenzialità di chitarra (o ukulele) e pianoforte, moderatamente contornata da arrangiamenti d’archi discreti.

Ne risultano, da un lato, lunghe confessioni a cuore aperto come quelle dei due brani iniziali (entrambi oltre i cinque minuti di durata) e, dall’altro, canzoni inaspettatamente vivaci, che cantano l’amore e la gioia di vivere come mai prima d’ora (in particolare il “buon compleanno” di “Felicity” e la deliziosa “Sweet Kiss In The Afterlife”).
In entrambi i casi, tuttavia, Scott Matthew continua a mettere a nudo la propria sensibilità, evocando le abituali sensazioni di fragilità, tanto nei brani più acustici e riflessivi (“Buried Alive”, “Seedling”) quanto nelle occasioni nelle quali le sue interpretazioni si inarcano in un crescente lirismo, che rende ancora testimonianza delle ricorrenti comparazioni hegartiane.
Rinunciando alle residue tracce elettroniche ancora presenti nell’album precedente in favore di un approccio più classico e lineare, l’artista australiano non disdegna comunque soluzioni più ariose, tanto negli arrangiamenti quanto nelle intersezioni con i backing vocals di Clara Kennedy ed Eugene Lemcio, che non mancano di riproporre sfumature gospel e accenni corali. Questi ultimi scolpiscono, con risultati opposti ma in maniera parimenti adeguata, le due facce della medaglia dell’album nella gioiosa “The Wonder Of Falling In Love” (“something’s happening, first for a while / a thousand, million butterflies make me smile”) e nell’accorato brano conclusivo “No Place Called Hell”, vero e proprio inno contro l’intolleranza (“don’t you dare to keep us down”), guidato da una sgargiante polifonia vocale.

La forma espressiva più intima e scarna, prescelta per la maggior parte dei brani, rende “Gallantry’s Favorite Son” un’opera nel complesso meno immediata rispetto alle precedenti di Matthew. Ma non per questo può considerarsi inaridita la vena dell’autore che, anzi, col procedere degli ascolti, tende a rivelare una serie di canzoni intime e sentite, che continuano a rispecchiare fedelmente stati d’animo in linea di massima più positivi rispetto al passato. I demoni di Scott Matthew non sono del tutto scomparsi, ma hanno parzialmente lasciato il posto a una pacificazione dei sentimenti, senza tuttavia rinunciare a un orgoglioso romanticismo che in queste canzoni trova nuovamente un’espressione ispirata e coinvolta.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 9 giugno 2011 da in recensioni 2011.
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