music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Without The World

BIRDS OF PASSAGE – Without The World
(Denovali, 2011)

Alicia Merz dischiude il suo libro dei segreti. È questo, infatti, il titolo del volumetto allegato a una delle edizioni di “Without The World”, nel quale una serie di testi e poesie è raccolta e ordinata come in un diario suddiviso per stagioni e accompagnato dalle delicate illustrazioni del fratello-designer Bruno.
Album di debutto del solitario progetto Birds Of Passage, “Without The World” dischiude a sua volta il traboccante mondo interiore della artista neozelandese, già segnalatasi alle orecchie più attente attraverso alcune tracce sparse sulla rete e adesso alla prova di un primo disco organico, dato alle stampe dall’etichetta tedesca Denovali.

Il mondo musicale di Alicia è assai complesso e obliquo, non facilmente ascrivibile a generi e categorie univoche, se non forse a quella categoria dello spirito che risponde a un isolazionismo creativo che della dimensione “da cameretta” (alternativamente esaltata o vituperata) non fa una mera opzione estetica, bensì una precisa scelta di autosufficienza espressiva. Chitarra, organo e armonica, uniti a effetti e filtraggi elettronici costituiscono infatti gli elementi essenziali e bastevoli alla Merz per concentrare nelle sue “canzoni-non-canzoni” la narrazione delle stagioni di un animo che non pare conoscere che l’inverno.
Riverberi diafani, modulazioni di echi sordi e folate di gelido vento ambientale sfogliano le prime pagine del diario sonoro di Alicia Merz, le cui sillabe eteree, stillate attraverso sospiri ipnotici, materializzano da subito i brividi di una profonda solitudine invernale, cristallizzata sotto una spessa coltre al tempo spesso atmosferica ed emotiva (“winter again, the doors are open, the rain falling and all the music brings me down/ alone again, my room is frozen, the world falling and they don’t miss me, I am bound”, da “Scarlet Monkeys”).

Spiccatamente introverso ma tutt’altro che cupo e disperato, il tono del lavoro evoca piuttosto un’endemica nostalgia, soffice e incantata anche nei momenti di quasi completa stasi – nei quali la voce di Alicia scorre disarticolata e sovrapposta agli impalpabili drone di fondo – ma ruvida e decisa quando assume le sembianze di una spietata autoanalisi allo specchio (“what have I done? Innocence’s gone”), nella quale i riverberi divengono invece aspri, inarcandosi in distorsioni rese ancor più taglienti dalla fedeltà medio-bassa delle registrazioni.
Eppure, gli aspetti della superficie espressiva non sono tutto per Alicia Merz, che nel corso del lavoro sembra regolare senza sosta le leve di controllo delle saturazioni, della velocità e dell’ampiezza delle melodie che, tra torsioni e crescendo, brumose stratificazioni e sorprendenti puntelli di note acustiche e suoni liquidi, plasmano il breve intro e le undici “canzoni-non-canzoni” di “Without The World”.

Così, la barra di navigazione nei recessi dell’animo dell’artista neozelandese si sposta con naturalezza ben poco appariscente da oscillazioni aritmiche di substrati ambientali (“Pray For A Sunny Day”, “Heal”) a frequenze disturbate da increspature distorsive lo-fi (“Skeletons”, “The Patterns On Your Face” e “Those Blackest Winter Nights”, dalle vaghe sembianze Flying Saucer Attack), dalle iterazioni di loop e note prolungate – che fanno da contorno a quasi tutti i brani – alle visioni opalescenti della deliziosa “Fantastic Frown”, modellata da estatici rilanci melodici e dai morbidi arpeggi della chitarra acustica suonata dal fratello Bruno. Mentre proprio quest’ultima rappresenta la canzone dalla struttura più definita del lotto, il duplice binario sul quale corrono astrazioni atmosferiche e armonie vocali incorporee, unito a un processo di continua sovrapposizione e ricombinazione tra i due elementi, sublima in forme cangianti un universo musicale ed emotivo autosufficiente, nel quale – ad esempio – interpretazioni in prevalenza sognanti possono scolorare in declamazioni allucinate o aspre persistenze di drone ottundenti sfumare in vaporosi torpori ambientali.

Tutto il disco vive di questi fragili equilibri, giungendo a una perfetta compenetrazione tra manipolazioni sonore lo-fi e un intimismo para-cantautorale, declinato in eteree narcolessie con una compiutezza finora mai raggiunta da altre cantrici droniche, da Jessica Bailiff a Liz Harris.

Estromesse tutte le intemperie – reali e figurate – del mondo esterno, quello di Alicia Merz è un rifugio in un luogo raccolto e prezioso, in un luogo nel quale può nascere nel modo più autentico e inaspettato una magia spoglia e straordinaria come “Without The World”, una magia in grado di trasformare brividi di freddo in fremiti di passione, il gelo della solitudine nei tiepidi silenzi degli amanti.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 11 giugno 2011 da in recensioni 2011.
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