music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Clutching Stems

THE LADYBUG TRANSISTOR – Clutching Stems
(Merge, 2011)

Non è un mistero che le vie del successo musicale seguano percorsi tortuosi e insondabili, spesso dovuti a casualità o a inspiegabili e inattese proiezioni di questa o quella band verso la fama o, quanto meno, verso i consensi della critica.
I Ladybug Transistor potrebbero essere considerati paradigmatici di tale ovvia considerazione, visto che, a differenza di band aventi parallele radici nel collettivo Elephant 6, quali Apples In Stereo e Neutral Milk Hotel, da quindici anni a questa parte sono sempre rimasti ai margini dei palcoscenici illuminati dalle luci più brillanti e contornati dal pubblico più folto.

Eppure, la band capitanata dal cantante e songwriter Gary Olson, si è costruita nel tempo una solida base di cultori affezionati, come solo gli irriducibili appassionati di indie-pop sanno essere. Così, passano gli anni, ruotano le line-up, ma i germi del raffinato pop d’autore dispensati dalla band newyorkese continuano a trovare terreno fertile, incantando ora come anni addietro con la magia, inscalfibile dal tempo, di melodie cristalline unite a un’indole agrodolce, in bilico perenne tra spensieratezza solare e uggiosa nostalgia.
“Clutching Stems”, settimo album della serie, segna proprio il ritorno dei Ladybug Transistor ai paradigmi pop delle origini, dai quali parevano essersi allontanati in favore del country-western dell’ultimo “Can’t Wait Another Year”, dal quale il nuovo lavoro è separato da ben quattro anni, nel corso dei quali Olson ha nuovamente variato la formazione dei musicisti che lo affiancano, anche a causa della prematura scomparsa del batterista Sam Fadyl, avvenuta proprio in coincidenza con la pubblicazione del disco precedente.

Eppure, almeno in apparenza, “Clutching Stems” è tutt’altro che un disco improntato a registri espressivi cupi o negativi; anzi, fin dall’inizio presenta un piglio brioso e un’accentuata fluidità melodica, che non disdegna di inframezzare rapimenti contemplativi e andature sbarazzine alla vena introversa e disincantata di buona parte dei suoi testi, al solito tanto ricercati quanto poetici e immancabilmente dedicati a crisi relazionali e storie d’amore che potevano essere e non sono state.

È il caso, ad esempio, dei rimpianti dai quali è popolata la title track, delle solitarie riflessioni sulla riva dell’oceano della smithsiana “Breaking Up On The Beat” e del pronunciato romanticismo misto a quel senso di pioggia e anestesia emozionale che sa tanto di Sarah Records, esaltato da “Ignore The Bell” (in odor di Field Mice/Trembling Blue Stars) e dall’arrangiamento d’archi di “Oh Christina”, probabilmente il brano più riuscito e immediato del lotto.

Tra le dieci agili tracce di “Clutching Stems” non c’è solo pop orgogliosamente di retroguardia, in una carrellata che va dagli anni Sessanta agli eighties britannici, ma anche sue declinazioni più affini a certo gusto attuale, riscontrabili nel barocchismo decadente di “Hey Jack I’m On Fire”, nelle orchestrazioni alla Belle & Sebastian di “Into The Strait” e in quelle di “Caught Don’t Walk”, incardinate sulla linea di continuità tra Bacharach e Jens Lekman.

Su tutto, corre il cantato pacato di Olson, a tratti supportato dai dolci contrappunti di Frida Eklund, a completare pennellate melodiche di rara classe che, come spesso avviene col pop d’autore, richiedono un minimo di assimilazione per essere apprezzate appieno nelle tante sfumature offerte da contesti strumentali e arrangiamenti che, pur nella sostanziale omogeneità del disco, caratterizzano i brani in maniera piuttosto netta.

Con ogni probabilità, non sarà nemmeno questo l’album in grado di regalare ai Ladybug Transistor il salto di qualità nella considerazione generale che la qualità di scrittura dei loro brani meriterebbe, ma si può affermare con ragionevole certezza che molte canzoni di “Clutching Stems” sapranno ritagliarsi uno spazio nei cuori di quanti ben poco si curano delle mode e delle speculazioni passeggere, ma possiedono ancora una sensibilità adeguata per farsi colpire dalla candida introspezione delle storie scaturite dall’acuta penna pop di Gary Olson.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 16 agosto 2011 da in recensioni 2011.
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