music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

I Remember (Translations Of Mørketid)

BVDUB – I Remember (Translations Of Mørketid)
(Glacial Movements, 2011)

L’incontro tra Alessandro ‘Netherworld’ Tedeschi e Brock ‘bvdub’ Van Wey risale a uno degli ultimi dischi realizzati dal prolificissimo artista statunitense, che lo scorso anno ha pubblicato per la Glacial Movements l’ispiratissimo “The Art Of Dying Alone”, probabilmente l’album “meno ibernato” dell’etichetta tematica romana Glacial Movements, curata con grande passione dallo stesso Tedeschi.

I contatti tra i due non si sono limitati allo stretto indispensabile per la realizzazione del disco, che ha invece rappresentato l’occasione per instaurare un dialogo tra le rispettive esperienze e declinazioni di partiture ambientale, votate all’isolazionismo quelle di Tedeschi, sconfinanti in territori classici e profondi ritmi dub quelle di Van Wey.

Nell’ambito di questo rapporto di scambio, l’artista italiano ha inviato una copia del suo “Mørketid” all’indirizzo di Van Wey, che ne è rimasto talmente colpito dal flusso di memorie cristallizzate da accettare di buon grado la proposta di rimaneggiarlo integralmente secondo la sua sensibilità.

Le risultanze di questo processo sono ora raccolte nei ben settantotto minuti di “I Remember (Translations Of Mørketid)”, non esattamente un album di remix, quanto appunto una “traduzione”, che ha utilizzato i brani originali quali basi per una loro fedele trasposizione, filtrata attraverso i ricordi e le emozioni da essi evocati all’artista americano, da qualche tempo residente in Cina.

Il contesto ambientale ha di certo influito sulla percezione della musica di Netherworld, tanto da affiorare nel taglio vagamente naturalistico delle “traduzioni”, che contestualizzano i suoni polari di “Mørketid” in paesaggi in continua, rapida mutazione, resa attraverso la successione di pulsazioni ritmiche, inserti sintetici, riverberi dronici e sparute note di piano.

“I Remember (Translations Of Mørketid)” contempla sei composizioni molto lunghe (cinque si attestano a cavallo del quarto d’ora di durata), in coerenza con gli originali, che tuttavia sono realmente “tradotti”, plasmati in nuove forme, atte a svilupparne le suggestioni piuttosto che a manipolarne soltanto la superficie sonora.

Le folate di brezza artica raccolte in loco da Tedeschi corrono infatti in sottofondo costante dei pezzi rimaneggiati da Bvdub, che ne trasforma la fragilità del ghiaccio in fragilità emotiva, la descrizione dei luoghi in quella dei sentimenti (si vedano le profonde saturazioni dell’iniziale “This Place Has Only Known Sadness”) e persino la notte artica in un abbagliante giorno perenne (la granulare e ipnotica “The Promise (reprise)”).

Le vecchie propensioni dub e post-rave di Van Wey si affacciano in maniera sempre più evidente col procedere del lavoro; mentre nella prima parte si manifestano in pulsazioni ovattate e più oscure fenditure ritmiche, nella seconda le cadenze si infittiscono, spazzando via la sparsa melodia pianistica di “Would It Be The Same” e scatenandosi nella conclusiva e più breve “A Taste Of Your Own Medicine”, dopo essere state intervallate dalle brume estatiche di “There Was Nothing But Beauty In My Heart”, impreziosita da lontani vocalizzi incorporei.

Se non se ne conoscesse la genesi, il disco potrebbe sembrare frutto della creatività di un unico autore, tanto Van Wey è stato abile a compenetrare la sua sensibilità ai suoni di Alessandro Tedeschi, traducendo echi e suoni estrapolati dalle tenebre artiche nella contemplazione di vasti spazi, ai quali affidare la conservazione delle proprie memorie e la ricerca di quelle smarrite.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 settembre 2011 da in recensioni 2011.
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