music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Breakers

GEM CLUB – Breakers
(Hardly Art, 2011)

Progetto gravitante intorno alla figura del pianista e songwriter del Massachusets Christopher Barnes, i Gem Club rappresentano uno dei tanti recenti prodotti del passaparola in rete. Nell’autunno dl 2010 il loro Ep autoprodotto “Acid And Everything” aveva infatti cominciato a circolare attraverso blog e altri canali più o meno virtuali, suscitando, con le sue ballate intense e notturne, dapprima l’attenzione dei più raffinati e malinconici tra gli incalliti ricercatori di nuova musica e, ben presto, quella di un’importante etichetta quale Hardly Art – sussidiaria della Sub Pop e in qualche modo sua talent-scout – che li ha prontamente messi sotto contratto e che oggi pubblica il loro esordio ufficiale sulla lunga distanza.

Attraverso i nove brani di “Breakers”, i Gem Club presentano in maniera organica la loro formula di intimismo da camera, sobria ma estremamente espressiva. Tutto ruota intorno alle rade cadenze pianistiche e al falsetto agrodolce di Barnes, che caratterizza fortemente tutte le narcolettiche ballate raccolte nell’album, il cui spiccato understatement trova adeguato complemento nell’apporto degli altri due partecipi del progetto, la violoncellista Kristen Drymala e la saltuaria seconda voce Ieva Berberian.
Una sensazione di morbido raccoglimento introduce l’album, accogliendo in atmosfere notturne, lente e ovattate; è “Twins”, brano che denota già la grande profondità delle partiture pianistiche e delle interpretazioni di Barnes, alle quali si affiancano soltanto gli archi e una tromba lontana, secondo una formula che potrebbe far pensare all’Antony di “The Crying Light”, in versione estremamente minimale.

Austere componenti orchestrali ricorrono un po’ in tutto il lavoro, cesellando sospensioni temporali in progressiva dilatazione e vaporose miniature cameristiche, assimilabili nello spirito a quelle del Peter Broderick in versione autorale di “How They Are” (si veda in particolare “Red Arrow”). Benché il suono risulti in linea di massima assai caldo e pastoso, non mancano passaggi nei quali l’estrema compunzione dei brani di Barnes si traduce in un apparente senso di distacco, in algori isolazionisti avviluppati in nebbie sigurrosiane o in ombre più oscure ed evocative (“Black Ships”), così come non mancano nemmeno tenui propulsioni elettroniche, screziature che fungono da adeguata cornice al cantato serafico della sognante “Lands”.
La parte conclusiva del lavoro presenta composizioni sviluppate in maniera più organica, che sfiorano cadenze jazzy in “Tanager”, prima di abbandonarsi ai sospiri della conclusiva “In Wavelengths” e al romanticismo di “252”; quest’ultima è senz’altro tra i brani più emozionali del lotto, con la voce di Barnes che si fa ancor più acuta, mentre le note del pianoforte si espandono e risuonano a lungo, lasciando col fiato sospeso fino al perdurare della loro eco.

Proprio in quei prolungati interstizi tra le note risiede l’essenza di un lavoro che persino con una certa ritrosia va a collocarsi in un’esile zona di penombra, tra speranza e malinconia, tra il rifugio sicuro della cameretta e le suggestioni degli ampi spazi, evocando ricordi e immagini messi in musica con discrezione da Christopher Barnes. Così nasce “Breakers”, un album di canzoni la cui profondità riesce a ritagliarsi uno spazio di quiete, fermando il tempo a dispetto della frenesia dell’attuale fruizione della musica; basterà dedicargli la necessaria attenzione, per esserne adeguatamente ripagati.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 22 ottobre 2011 da in recensioni 2011.
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