music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Felt

NILS FRAHM – Felt
(Erased Tapes, 2011)

A trent’anni non ancora compiuti, il tedesco Nils Frahm si è già affermato quale figura centrale della scena elettronico-neoclassica. Nonostante abbia realizzato ufficialmente a proprio nome soltanto l’Ep “Wintermusik” e l’album “The Bells” nel 2009, le sue tante collaborazioni (con Anne Müller, Machinefabriek e F.S. Blumm), l’esplicito apprezzamento da parte di Thom Yorke e il lavoro in sede di produzione e registrazione hanno reso il suo studio berlinese luogo natale prediletto di opere quali ad esempio il ritorno discografico dei Deaf Center e il lavoro più compiuto dell’amico e frequente sodale Peter Broderick, “How They Are”.
Vederlo realizzare un nuovo lavoro a suo nome è dunque inevitabile fonte di interesse per tutti coloro che ne hanno seguito il percorso, finora più spesso dietro le quinte che sotto le luci dei riflettori.

Fedele alla sua predilezione per l’understatement, Frahm si ripresenta con un nuovo lavoro estremamente delicato e umbratile, nel quale non si accontenta di offrire semplicemente nuove partiture di pianoforte minimale, bensì cerca di estrapolare, letteralmente, il suono dall’interno del suo strumento d’elezione. Minimale e recondita è anche l’ideale dedica, racchiusa nell’ambivalenza del titolo, che non sta a emblema di emozioni passate, ma si riferisce alla stessa genesi del lavoro. È infatti il feltro (“felt”, appunto) uno dei principali protagonisti delle nove composizioni raccolte in questo lavoro, nato nel cuore della notte, quando la creatività di Frahm lo portava ad accostarsi al suo pianoforte ponendovi la sordina, per rispetto dei vicini, anche proprio attraverso l’inserimento di spessi strati di feltro tra le sue corde.
Ne è originato un lavoro quasi in presa diretta, suonato in punta di dita e reso ulteriormente intimo dalla peculiare modalità di registrazione che, data appunto l’estrema delicatezza e le basse frequenze dei suoni prodotti, è avvenuta collocando i microfoni all’interno dello strumento.

La particolare “amplificazione”, unita alle iterazioni pianistiche sospese in un vuoto di silenzi, crepitii e rumori d’ambiente, conferisce ai pezzi di “Felt” un pronunciato senso di austerità notturna che, fin dall’iniziale “Keep”, introduce in un’atmosfera ovattata e quasi totalmente inerte. Il rigore esecutivo e la resa sonora dei brani trascendono infatti le componenti più immediate e romantiche dello strumento, elidendo ogni semplificazione emotiva in favore di un’eleganza quasi irreale, i cui pattern Reich-iani possono rimandare al recente “Infra” di Max Richter, così come alle “preparazioni” di Volker Bertelmann.
Si tratta, al tempo stesso, del pregio e del limite di “Felt” che, se si eccettuano le sfumature liquide di “Snippet” e la rotondità armonica di “Pause”, scorre via in maniera fin troppo uniforme e compassata, evidenziando sì una classe in grado di creare sospensioni mozzafiato nei prolungati interstizi tra le note, ma anche un’asetticità che fatica a travalicare un livello di percezione epidermico.

Unico brano che rompe l’invariabilità della formula è la conclusiva “More” – con i suoi quasi nove minuti, la composizione più lunga del lotto – nella quale l’opalescente melodia pianistica viene gradualmente sopraffatta dall’irrompere di decise coltri sintetiche. Anch’essere riescono tuttavia a smuovere ben poco la staticità di delay e riverberi la cui sensazione d’improvvisazione disegna spazi in larga misura vuoti, mantenendosi sempre almeno un passo distante da suggestioni più profonde.
L’idea di base e la particolare modalità di realizzazione del disco restano comunque valide; all’artista tedesco, d’ora in poi, incomberà il gravoso compito di riempire di pathos l’esplorazione delle potenzialità nascoste all’interno degli ingranaggi del suo pianoforte.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 17 ottobre 2011 da in recensioni 2011.
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