music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Drinking Songs

MATT ELLIOTT – Drinking Song
(Acuarela/ici D’ailleurs, 2005)

Dopo l’inaspettato, spiazzante e vastamente acclamato “The Mess We Made”, Matt Elliott continua con queste “Drinking Songs” il suo percorso solista verso atmosfere sonore che, da uno sghembo cantautorato post-rock, si fanno sempre più rarefatte, oscure e intimiste, fino a smarrire, almeno in superficie, l’impronta originaria espressa con Third Eye Foundation.
Rispetto al debutto solista su Domino, significativa è già la scelta, per l’uscita di quest’album, di due etichette indipendenti da sempre distintesi per la loro attenzione a produzioni di qualità e dalle caratteristiche peculiari, ovvero la spagnola Acuarela Discos e la francese Ici d’Ailleurs, che pubblica tra gli altri Yann Tiersen, cui Elliott qui sembra andare incontro, sia per tratti stilistici che per l’apertura di composizioni “classiche” a una pluralità di contaminazioni, prime tra tutte quelle del folk e della musica tradizionale europea.

“Drinking Songs”, oltre a una lunghissima rivisitazione dell’album precedente (la finale “The Maid We Mess”, oltre 20 minuti di miscellanea variamente decostruita di brani ivi editi), presenta sette nuove composizioni dai toni foschi e decadenti, evocativi di uno spleen che nemmeno l’oblio alcolico richiamato dal titolo riesce a lenire. Elliott intende, infatti, comunicare e porre in musica la propria visione drammatica e fatalista del mondo contemporaneo, del quale non può far altro che constatare impotente l’irrimediabile e tragico destino, segnato dalla follia della guerra e della corsa agli armamenti in genere. A tale pessimistica weltanschauung sono esplicitamente ispirati alcuni dei nuovi brani. “The Kursk” rievoca la tragedia del sottomarino nucleare russo, a partire da oltre un minuto di clangori e stridori inquietanti, che poi lasciano pian piano il campo a una lunga elegia funebre dai toni solenni e opprimenti, fino ad arrivare alla dissolvenza e all’assordante silenzio finale, chiaro ed efficace invito alla riflessione.

I medesimi toni e la stessa pregnanza di significati permeano “A Waste Of Blood” – dedicata, come recitano le note di copertina, a tutte le vittime della scellerata politica estera statunitense – nella quale il pianoforte di Elliott richiama in maniera cospicua il minimalismo e l’iterazione compositiva di Sylvain Chauveau, caratteristiche sulle quali viene qui innestato un canto lamentoso e sinistro, destinato a involgersi su se stesso in atmosfere decisamente spettrali, anche grazie alla manipolazione dell’elemento vocale. Eppure, l’incipit dell’album sembra atto a destare sensazioni poi smentite dalla restante parte del suo contenuto, perché l’iniziale “C.F. Bundy” presenta dapprima una trama complessa e strutturata, attraverso la quale si intravede addirittura una deriva verso suoni vicini ai paesaggi sonori sognanti descritti da Savoy Grand o Piano Magic (che qua e là, tuttavia, riaffiora), ben presto sovrastata dall’ormai abituale cantato tetro e da un piano dalla ritmica cadenzata, che rimane poi ad accompagnare fisarmoniche e violoncelli striduli, in una piccola sinfonia folk da “casa degli spiriti” baroccheggiante, prima di dissolversi in un sempre più lento carillon finale. Simile tema portante di piano è proprio anche della minimale e cinematica “The Guilty Party”, il cui andamento ben poco ricorda l’eccitata ed effimera euforia successiva ad un’allegra sbornia, quanto piuttosto la disperazione e la percezione di vacuità successiva a una solitaria serata alcolica trascorsa in qualche umido e malandato bistrot di periferia, ormai prossimo all’orario di chiusura.

Toni in parte più lievi emergono laddove Elliott esprime compiutamente la sua attuale predilezione per il recupero di una dimensione folk e acustica (non a caso l’elemento elettronico è presente nella sola “The Maid We Mess” e del tutto assente nei nuovi brani). Così, in “Whats Wrong” il ritmo diventa meno cupo, elevandosi in una ballata rurale obliqua e dondolante, suonata da una stravagante orchestrina capace di trascinare l’uditorio raccontando filastrocche con il preponderante accompagnamento di una fisarmonica; mentre l’apparentemente placida – ma non per questo meno sofferta – “What The Fuck Am I Doing On This Battlefield?” riporta a calde atmosfere introspettive attraverso il semplice dialogo tra l’onnipresente pianoforte e una chitarra vagamente latineggiante.

“Drinking Songs” non sembra insomma ispirato dall’intento di costituire l’ideale colonna sonora del disimpegnato abbandono a “bacco e tabacco”, richiamato dal peraltro indovinatissimo artwork della copertina, la cui stessa disincantata eleganza, unita ovviamente all’ascolto del lavoro, ingenera però il dubbio che, sottesa allo spleen tanto ostentato, vi possa essere una sorta di autocompiacimento nella propria sofferenza e nell’impotenza di fronte ai tragici destini dell’umanità. Anche per tale motivo, l’album potrebbe essere valutato indifferentemente in maniera del tutto eccelsa – se si considerasse prevalente l’intensità ipnotica e il coinvolgimento drammatico di molti suoi episodi – o anche parzialmente negativa, se ci si limitasse alla sola considerazione formale della sua pesantezza espressiva (sia nella musica che nei testi) e della sua collocazione nel solco di “The Mess We Made”, del quale pure costituisce un indubbio sviluppo. Molto dipende quindi dal punto di vista di partenza dell’ascoltatore e dalla disponibilità a superare, non senza una certa dose di attenzione e buona volontà, la depressiva osticità estetica di un lavoro che nel complesso riesce a catturare, sfiorando, in molteplici passaggi, autentiche vette di densa intensità emotiva.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 22 marzo 2005 da in recensioni 2005.
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