music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Picaresque

THE DECEMBERISTS – Picaresque
(Kill Rock Stars, 2005)

“Picaresque” è il terzo sforzo sulla lunga distanza dell’eccentrica orchestrina capitanata da Colin Meloy, già distintasi nei precedenti lavori per il suo peculiare e disincantato approccio, sempre in bilico tra le fumose atmosfere folk di qualche vecchia locanda sperduta tra le brughiere e una scrittura cantautorale più convenzionale (ma tutt’altro che stereotipata), che spesso è valsa alla band il lusinghiero e impegnativo paragone con gli American Music Club.

Le undici tracce racchiuse in quest’album da una parte confermano tali tratti distintivi, dall’altra recano preziosi indizi sui percorsi creativi attraverso i quali il gruppo è giunto sin qui, fornendo anche qualche indicazione su quelli possibili in futuro. La scrittura ispirata e “colta” di Meloy è capace di disegnare ancora una volta storie bizzarre e paradossali, di passare in rassegna in maniera lieve e delicata la varia umanità che popola e rende densa ma allo stesso tempo godibile una narrazione moderna e positivista, non proprio vicina alla letteratura picaresca richiamata dal titolo, della quale condivide forse solo una certa fantasiosa epicità, seppur spesso calata in maniera palesemente ironica nella descrizione delle miserie e grandezze di una stravagante quotidianità.

Tuttavia, che i Decemberists si stiano pian piano allontanando dalla ridanciana dimensione da complessino folk per assumere toni maggiormente compassati, lo si capisce fin dai primi episodi di questo “Picaresque”: se infatti l’iniziale “The Infanta” ripropone dapprima l’andatura epica e caracollante caratteristica di tante precedenti composizioni del gruppo, finisce col rivisitarla alternandovi un momento di accentuato lirismo e corredandola di un accompagnamento – forse un po’ ridondante – nel quale già si manifesta la chiara aspirazione sottesa alla scrittura di quest’album, ovvero l’innesto, sulla consueta matrice folk, di elementi parimenti “classici”, pertinenti tanto alla tradizione cantautorale che a quella del pop più schietto e raffinato allo stesso tempo.

Non sembra un caso, allora, che l’ascolto di alcuni brani di “Picaresque” richiami alla mente i Belle & Sebastian, cui gli attuali Decemberists (orfani del prezioso apporto di Rachel Blumberg, impegnata a tempo pieno con Adam Selzer nel progetto Norfolk & Western) possono essere a tratti accostati, oltre che per il lieve approccio emotivo, anche per l’attenzione ai dettagli e agli arrangiamenti, qui spesso arricchiti dall’uso degli archi. È il caso di “Eli, The Barrow Boy”, “The Engine Driver” e soprattutto di “We Both Go Down Together”, cui la chiave decisamente classica del violino di Petra Haden (sorella di Josh, mentore degli Spain), conferisce un aspetto delicatamente romantico, facendone uno dei passi di maggiore impatto dell’intero lavoro.
Conferma che in genere la migliore vena compositiva di Meloy si manifesta ora nei brani dalla trama dimessa e dai ritmi rallentati giunge dai delicati affreschi di voce, chitarra (e/o fisarmonica) di “(From My Own True Love) Lost At Sea” e della finale “Of Angels And Angles”, che lasciano intravedere i possibili itinerari futuri della band, evidentemente più a proprio agio in queste scarne ballate dai toni intimisti, riconducibili a un classico e pensoso songwriting, che nelle ripetitive atmosfere retrò da balera di provincia di “The Sporting Life”.

Non mancano comunque episodi dall’impronta sonora molto prossima al precedente album “Her Majesty” o all’Ep “The Tain”, uscito lo scorso anno per Acuarela: “Sixteen Military Wives” e “On The Bus Mall” tracciano ancora le piacevoli e affascinanti melodie rurali cui Decemberists ci hanno negli anni abituato, mentre i quasi nove minuti di “The Mariner’s Revenge Song” (cui contribuisce anche l’esile voce della Haden, presente anche in “The Engine Driver”) rappresentano la riuscitissima e trascinante summa del loro lato genuinamente folk, in un continuo alternarsi di momenti, a tratti vicini all’aggraziata indolenza dei Drunk, fino allo scatenato finale, dal quale è davvero difficile non farsi coinvolgere. Lo stesso risultato non è invece raggiunto dall’altrettanto complessa “The Bagman’s Gambit” che, dopo un inizio sommesso e minimale, cresce di tono, finendo però per involgersi su se stessa in un inutile vortice dissonante, palesando qualche tentennamento creativo e una struttura narrativa non all’altezza del solenne lirismo e della teatralità degli affini Okkervil River (anche perché la voce nasale di Meloy non è paragonabile a quella di Will Sheff). Così, qualche orpello presente qua e là negli arrangiamenti testimonia come il gruppo renda al meglio quando si esprime nella sua originaria cornice rustica e spoglia piuttosto che quando tenta di assumere una veste pomposa, decisamente meno credibile ed efficace.

Nel complesso, il lavoro risulta comunque gradevole e capace di suscitare alterne sensazioni, tanto negli episodi pacati, quanto in quelli di immediato impatto sonoro, alcuni dei quali – anche prescindendo dalla valutazione stilistica del loro contenuto – sono tali da indurre a far battere il ritmo persino i più renitenti avversatori della dimensione fisica della musica. In definitiva, l’effetto trascinante dei Decemberists è qui senza dubbio ancora garantito, nonostante cominci ad affacciarsi qualche legittima perplessità sulla sua persistenza.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 28 marzo 2005 da in recensioni 2005.
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