music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Stem Stem In Electro

HRSTA – Stem Stem In Electro
(constellation, 2005)

Di questi tempi c’è gran fermento a Montreal, intorno all’etichetta “di culto” Constellation. Lo dimostrano le recenti significative uscite di Silver Mt.Zion, Hangedup e Elizabeth Anka Vajagic, cui ora si aggiunge la seconda opera per Hrsta (da pronunciarsi, a quanto pare, “hursh-tah”), moniker dietro il quale si cela Mike Moya, chitarrista già fondatore di Godspeed You! Black Emperor e Set Fire To Flames, finalmente riapprodato alla più celebrata etichetta cittadina, ben quattro anni dopo il suo esordio solista, uscito per Fancy/Alien8, dall’evocativo titolo “L’Éclat Du Ciel Était Insoutenable”, caratterizzato da un ipnotico intreccio di densa psichedelia, melodie impervie e droni sinistri.

Moya riconsidera ora in maniera profonda alcune delle componenti estetiche del suo approccio musicale, presentandosi accompagnato da una line-up totalmente diversa rispetto al suo debutto, qui comprensiva dei due Hangedup, Eric Craven e Genevieve Heistek, oltre che degli archi suonati da Sophie Trudeau e Beckie Foon (Godspeed You! Black Emperor, Silver Mt. Zion), già di per sé piuttosto esplicativa del ritorno alla casa-madre Constellation e a un suono pur sempre aspro e tormentato, ma perfettamente coerente tanto con le sue origini artistiche, quanto con gli attuali percorsi di molti dei suoi vecchi compagni d’avventura.

Il lavoro si apre con il mantra “…And We Climb”, che rende da subito l’idea del nuovo registro della band: un loop ritmico, con le chincaglierie rumoriste di Craven relegate in sottofondo, sul quale si innesta un coro indolente che ripete all’infinito “we climb and we climb, to the light”, prima in un crescendo vorticoso e oscuro, poi in dissolvenza improvvisa, al pari della base, verso un finale dolce e sinistro al tempo stesso. Atmosfere decisamente più sospese e dilatate permeano una buona metà delle restanti tracce, che si tratti di brani cantati o strumentali. “Blood On The Sun” e “Gently Gently” presentano la struttura, insolitamente scarna, di affascinanti ballate che, per costruzione e registro interpretativo, evocano Elizabeth Anka Vajagic; la prima termina con il piano di Moya, in una deriva prossima al bel lavoro di Yann Tiersen e Shannon Wright, mentre la seconda rimane eterea e inafferrabile come i brani di Jessica Bailiff, per poi accennare a un crescendo, troppo presto lasciato incompiuto. Altrettanto dilatati sono i due episodi strumentali “Quelque Chose À Propos Des Raquetteurs” e “Heaven Is Yours”, che assumono la forma di poco pregnanti interludi tra passaggi più significativi, nel primo caso in chiave delicatamente ambientale, nel secondo sotto forma del contrappunto tra un tappeto di base astratto e il rumorismo concreto costituito dalle dissonanze tipiche di Hangedup. Il contributo dei due componenti di quel gruppo a questo lavoro è significativo, ma avviene sotto forme espressive piuttosto diverse dal solito, tanto che distorsioni e dissonanze emergono solo a tratti dall’ombra e vengono decisamente allo scoperto solo nella complessa “Swallow’s Tail”, che si apre proprio con uno stridore metallico persistente e un po’ fastidioso, che poi lascia il campo a un’elegia vocale dai toni solenni, cadenzata dall’irrompere di spasmi di chitarra e basso, in alternanza continua con l’incedere marziale del coro.

L’elemento geometrico circolare ricorre in quasi tutte le composizioni del lavoro, suggerendo non tanto la predefinizione di uno schema quanto piuttosto l’idea di un concetto strutturale di base, inteso a cullare l’ascoltatore – in maniera invero alquanto inquietante – con atmosfere avvolgenti, ora liquide e psichedeliche, ora oscure e angoscianti. Ciò è valido anche per “Folkways Orange”, senza dubbio il brano che si avvicina più compiutamente alla forma-canzone, avvicinandosi a un’altra delle tante esperienze passate di Moya, quella con i Molasses, cui rimanda la costruzione armonica del brano e la sua spiccata vena minimal-psichedelica, culminante nell’accompagnamento di un acido organo decisamente anni 70.

L’impressione diffusa che si trae dalle attuali produzioni degli artisti di Montreal è quella della ricerca degli sviluppi di quell’esperienza sonora affascinante: in tal senso questo lavoro, al di là anche di qualche divagazione nostalgica, va posto in parallelo con l’ultimo “Horses In The Sky” di Silver Mt. Zion, del quale costituisce una sorta di completamento ideale, vista anche la partecipazione di alcuni musicisti a entrambi. Con quell’album vi sono non pochi punti di contatto, anche se da “Stem Stem In Electro” non emergono indicazioni univoche, restando invece profonda la sensazione che Mike Moya e i suoi attuali compagni di viaggio abbiano sì molte idee, ma in fondo piuttosto confuse, tanto da finire per valorizzarne ben poche. È sintomatico, allora, che l’episodio migliore (accanto a “Blood On The Sun” e “Folkways Orange”) sia la conclusiva cavalcata “Une Infinité De Trous En Forme D’Hommes”, sinfonia post-rock in pieno stile Godspeed You! Black Emperor, con la sua alternanza di molteplici variazioni di ritmo e intensità.

In definitiva, l’album non riesce ad andare oltre l’enunciazione di pur apprezzabili opzioni stilistiche, interessanti in prospettiva ma attualmente ancora in potenza; pertanto, senza dubbio incontrerà il tiepido favore dei tanti devoti della Constellation e della scena artistica di Montreal, ai quali soltanto va consigliato, anche in ragione dell’osticità d’ascolto, ormai consueta per simili produzioni.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 14 giugno 2005 da in recensioni 2005.
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