music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Horses In The Sky

THEE SILVER MT. ZION MEMORIAL ORCHESTRA & TRA-LA-LA BANDHorses In The Sky
(Constellation, 2005)

C’erano una volta i Godspeed You! Black Emperor e, nonostante il lungo periodo di silenzio, pare ci siano ancora. C’era una volta un collettivo, come ce n’erano soltanto decenni addietro, capace di creare una vera e propria scuola d’arte, raggruppando musicisti di estrazione e sensibilità diverse. I numerosi membri di quel collettivo e tanti altri artisti attorno a esso gravitanti sembravano avere una comune cifra stilistica, risultante dall’accostamento di strumentazioni orchestrali e rock dissonante, nella produzione di una musica rigorosamente strumentale, dagli spiccati accenti drammatici e caratterizzata dall’alternanza di momenti classici e impetuosi crescendo chitarristici.

Il progetto Silver Mt. Zion (chiamiamolo così per comodità, visto che il suo nome cambia di poco, album dopo album) è stato, nel 2000, il primo dei tanti rivoli collaterali di quella comunità artistica, sorto con l’intento di mantenere le coordinate salienti di GY!BE in una dimensione orchestrale ridotta, vicina a quella “da camera” sviluppata in quegli anni, ad esempio, dai Rachel’s.
Da allora, Silver Mt. Zion è stata la band maggiormente attiva della scena di Montreal e anche quella che si è segnalata per audacia espressiva, come quando, in “This Is Our Punk Rock”, ha per la prima volta inserito al suo interno in maniera compiuta l’elemento vocale, sotto forma di un cantato lamentoso e teatrale e di sghembi cori di accompagnamento.

“Horses In The Sky”, che segue a meno di un anno il mediocre e involuto Ep “Pretty Little Lightning Paw” (a nome Thee Silver Mountain Reveries), conferma e accentua quella tendenza stilistica in un lavoro stupefacente per la sua poliedricità, tale da poterlo considerare, da un lato, una sorta di summa di quasi un decennio di produzioni della scena di Montreal e, dall’altro, una marcata indicazione delle profonde trasformazioni avvenute in questi anni nella sensibilità artistica di alcuni suoi musicisti, nonché traccia per una futuribile via d’uscita dai gorghi di una musica affascinante nel suo essere impervia, ma talvolta esposta al rischio di una certa ripetitività o autoreferenzialità.

I sei brani racchiusi nell’ora circa di durata di “Horses In The Sky” rappresentano la provvisoria conclusione di un percorso artistico approdato ormai lontano dai presupposti dei suoi esordi, benché in esso permanga una linea di continuità sia rispetto al recente passato, rappresentata dall’elemento vocale, qui presente in tutti i brani, sia rispetto a un passato più risalente, come dimostrato dal finale alla GY!BE di “Ring Them Bells (Freedom Has Come And Gone)”, dalla costruzione armonica dei brani e in generale dal tono vagamente apocalittico e dal messaggio anarco-nichilista sotteso a quasi tutte le composizioni.

L’iniziale “God Bless Our Dead Marines”, prima vera e propria, seppur obliqua, “canzone” prodotta dal collettivo del Quebec, introduce il lavoro con l’ormai solito cantato sinistro e lamentoso corredato, come in una piece teatrale, da un secco e cupo accompagnamento di archi, nel quale si intravede qualche fascinazione folk est-europea; in primo piano assurge poi il dialogo tra pianoforte e distorsione chitarristica, sostenuto da un ritmo marziale, culminante in uno scarno finale con note iterative di pianoforte e un coro che ripete che il mondo è malato con un tono sbilenco ed ebbro, facilmente assimilabile, anche nel mood, a quello delle “Drinking Songs” di Matt Elliott. “Mountains Made Of Steam” presenta invece un lento incedere drammatico, con un crescendo vocale decisamente inquietante, che si impenna dapprima verso distorsioni che sembrano preludere a un finale rumorista, per poi virare a sorpresa verso note sommesse e intense, permeate dal romanticismo degli archi. Qui sembra che il gruppo inviti a riflettere sul suo messaggio e lo faccia lasciando all’ascoltatore uno spazio di quiete, anziché assorbirlo, come avveniva quasi sempre in passato, in un disperato turbine distorsivo.

Il “classico” impeto della band ricorre ancora nel finale stridulo della complessa ed epica “Ring Them Bells (Freedom Has Come And Gone)”, senza dubbio la composizione più godspeed-iana dell’album, e in quello, prossimo addirittura agli spasmi sonici dei June Of 44, di “Teddy Roosevelt’s Guns”, brano da barricata (“Kanada, oh Kanada, I’ve never been your son…”) caratterizzato da toni aspri e dissonanti e da un coro ridotto a ripetuta litania.

Ma la maggiore sorpresa giunge dalle restanti due tracce, entrambe dalla durata inferiore ai sette minuti, ovvero ben al di sotto della consueta prolissità espressiva: “Horses In The Sky”, nonostante la profondità del suo esplicito messaggio politico (“violence brings more violence, liars bring more lies”), è infatti un delicato e minimale affresco di sola voce e chitarra acustica, degno dei migliori songwriter introversi e intimisti, distante anni luce dalla complessità compositiva e strumentale da sempre connaturata alle produzioni del collettivo e suo contrappunto ideale. Anche l’elegiaca e solenne “Hang On Each Other” presenta una struttura minima, nella quale l’elemento portante sono le voci, mentre il contributo strumentale è ridotto a un’unica nota armonica in dissolvenza e a qualche flebile crepitio ambientale. Qui la dimensione teatrale prende il sopravvento, con il coro utilizzato nella duplice funzione di accompagnamento (sì, proprio a mo’ della tragedia greca) e di elemento ritmico o “strumento umano”, secondo modalità che, seppur diversissime per presupposti e finalità, almeno dal punto di vista concettuale non possono non far venire in mente la Bjork di “Medulla”.

Su dischi come questo è quasi impossibile trarre delle conclusioni univoche, poiché nel giudizio possono ritenersi prevalenti tanto le ambiziose componenti strutturali del suono della band, quanto l’indubbia osticità di un ascolto tutt’altro che scorrevole. Lo è ancora di più per “Horses In The Sky”, in ragione della sua collocazione nella “storia” musicale di Montreal, della Constellation e di GY!BE e dintorni. È infatti forte la tentazione di considerare questo lavoro come la sublimazione (probabilmente non definitiva) di un suono e di un’idea della musica che qui trova consacrazione concettuale proprio nel momento in cui tende a trasformare i propri schemi espressivi (e allora: 8,5/10); d’altronde tale tendenza potrebbe anche considerarsi indicativa di un inaridimento nell’ispirazione e di un disorientamento prodromico a un ritorno sui propri passi (allora: 6/10).

Cercando di raggiungere un punto d’equilibrio, va comunque sottolineata positivamente la capacità del gruppo di mettere in discussione finanche alcuni cardini della sua esperienza musicale e la sua inquieta ricerca di registri espressivi diversi da quelli già ampiamente esplorati. Ferma restando la loro visione apocalittica e la serietà dei temi trattati, nella musica di Silver Mt. Zion si può ora intravedere, nonostante tutto, una speranza, forse anche perché il gruppo riesce nella non facile impresa di razionalizzare e dar voce alle intricatissime e solitamente afasiche trame “post” di GY!BE e affini. Lo chiameranno “post-post-rock”?

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 3 giugno 2005 da in recensioni 2005.
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