music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

On My Way To Absence

DAMIEN JURADO – On My Way To Absence
(Secretly Canadian, 2005)

La sempre più ampia costellazione di autori che negli ultimi anni hanno recuperato, con sensibilità, attenzione e spirito innovativo, le radici della tradizione cantautorale statunitense presenta indubbiamente una mole di produzioni vasta e dalle frequenze ristrette nel tempo. A tale linea generale non sfugge del tutto nemmeno Damien Jurado, giunto ormai, con “On My Way To Absence”, al sesto album di una carriera vissuta ben lontano dalle luci della ribalta, praticando la ricerca di una scrittura fondamentalmente “classica”, che pure nel corso degli anni ha assunto vesti musicali diverse, ma tutte contraddistinte da un approccio autentico, espressione diretta dei moti del suo animo inquieto e introverso.

Così, nei suoi album, Jurado ha alternativamente esplorato territori sonori multiformi, aventi come estremi da una parte il pop di “Waters Ave S” e dall’altra le sperimentazioni ambientali di “The Ghost Of David”, ma caratterizzati tutti da una scrittura lirica e romantica, chiaramente influenzata da Nick Drake, e soprattutto dalla riscoperta degli aspetti folk-rock della canzone americana. In questo, la parabola artistica di Jurado sembra molto prossima, seppur non simmetrica, a quella di un altro dei migliori songwriter statunitensi dell’ultimo decennio, ovvero Jason Molina – pure lui capace di reinterpretare la tradizione folk-blues operando cospicue divagazioni sul tema – anche se attualmente gli itinerari artistici seguiti dai due sembrano essere alquanto divergenti.

“On My Way To Absence” segue, a un anno e mezzo di distanza, “Where Shall You Take Me?” e si colloca proprio nell’alveo tracciato dall’album precedente, rispetto al quale la vena intimista di Jurado sembra non solo accentuata, ma ormai definitivamente consolidata in uno stile asciutto ed essenziale, in una dimensione recondita e vagamente isolazionista, prossima a quella incarnata da Mark Kozelek ai tempi dei Red House Painters. È infatti difficile non pensare alle limpide e dolenti ballate elettroacustiche composte da Kozelek ascoltando “Lottery” o “Big Decision”, nelle quali emergono al meglio anche le capacità interpretative di Jurado, il cui sommesso patimento si intravede attraverso un cantato al tempo stesso leggero e profondo, coinvolto e distaccato. Questi due brani seguono l’iniziale “White Center” – ballata che alterna momenti minimali a romantiche aperture quasi orchestrali – e con la stessa formano un lieve trittico dai toni temperati, che sembra il preludio a un album minimale e intimista, prodotto in quasi totale isolamento, com’era già avvenuto con l’Ep “Just In Time For Something” (nel quale però il nostro aveva forse ecceduto con l’estetica low-fi da cameretta), uscito alla fine dello scorso anno. Tale impressione, confermata dalle ballate “Fuel” e “I Am The Mountain”, viene però smentita dall’irrompere elettrico di brani come l’aspra e obliqua “Icicle” e “Sucker”, il cui incedere ritmico e l’alternanza tra un cantato romantico e sofferto non può non far pensare al capolavoro dei Songs: Ohia, “The Lioness”. Riferimenti alle produzioni di Molina sono riscontrabili ancora in altri luoghi dall’album, ma senza apparenti cedimenti a sterili omaggi, quanto piuttosto con deciso spirito rivitalizzatore: è il caso delle ballate elettriche “Lion Tamer”, “Simple Hello” e “I Am The Mountain”, senza dubbio il brano più palesemente ispirato alla tradizione folk-blues, reinterpretata però con una sensibilità tutta personale e in definitiva ben più convincente delle ultime produzioni Magnolia Electric Co.

L’abilità di Jurado si manifesta in questo lavoro soprattutto nella sua capacità di esternare la propria introversione in una serie di scarne ballate elettroacustiche, nelle quali l’approccio musicale muta in un continuo alternarsi di ritmi e cadenze, anche grazie al contributo di una strumentazione – insospettabilmente varia per un album concepito in una dimensione domestica – comprensiva anche dei fiati che rendono drammatico il finale di “Icicle” e degli archi di “Night Out For The Downer”. Ed è proprio un intreccio non convenzionale di strumenti (violino e pianoforte cadenzati da un beat sintetico) a dar luogo alla splendida “A Jealous Heart Is A Heavy Heart”, commovente gemma emotiva, di per sé sola sufficiente a giustificare l’acquisto dell’album, con la sua romantica, accorata e al tempo stesso ipnotica narrazione dei tumulti di un cuore sconvolto dalla gelosia, evocativa non tanto di un tormento manieristicamente adolescenziale quanto di un sentimento maturo e autentico, che si scioglie, denso di tenerezza e rabbia, nella ripetuta invocazione finale “grow old with me”.

Certo, Jurado non avrà la bizzarra indolenza di Devendra Banhart né l’enfasi folk-bilbica di Sufjan Stevens, così come non sarà in grado di ostentare la disperazione blues e lo spleen di Jason Molina né di comunicare il fascino da crooner di Jens Lekman; tuttavia, ascolto dopo ascolto, da “On My Way To Absence” emerge con nitidezza la figura umbratile di un artista schietto e versatile, capace di una scrittura che, senza eccessi, riesce con naturalezza a riscaldare il cuore e trasmettere emozioni.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 25 Mag 2005 da in recensioni 2005.
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