music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Strange Geometry

THE CLIENTELE – Strange Geometry
(Pointy, 2005)

Come l’araba fenice, il pop britannico, ormai da decenni periodicamente considerato morto, rinasce trasformandosi e arricchendosi di voci, stili ed elementi tali da far pensare che la scrittura di canzoni semplici ma profonde, leggere ma allo stesso tempo venate di sottile malinconia, sia qualcosa di endemicamente connaturato agli animi ispirati di tanti giovani cresciuti, al suono delle varie ondate wave, in città grigie e perennemente umide. Potranno anche apparire luoghi comuni, ma sono solo questi gli elementi genetici della musica dei Clientele, così come quelli che con evidenza traspaiono dalla loro musica.

“Strange Geometry” è il loro terzo lavoro (dopo la raccolta di singoli “Suburban Light” e il primo album vero e proprio, “The Violet Hour”), opportunamente uscito in autunno, sì da renderlo ideale colonna sonora delle atmosfere uggiose nelle quali risulta piacevole farsi avvolgere dai toni tiepidi e sfumati della loro musica. “Strange Geometry” è anche la prima opera dei Clientele ad avvalersi di una produzione esterna – ad opera di Brian O’Shaughnessy – che però sembra aver influito soltanto sulla pulizia d’ascolto dei loro brani, non invece sui contenuti delle dodici tracce qui raccolte, come sempre sospese tra il cantato delicato e malinconico di Alasdair MacLean, impressioni folk-pop, chitarre sottilmente psichedeliche e ora anche romantici archi arrangiati da Louis Philippe. I nuovi brani confermano i Clientele come una band dotata di un proprio suono, fresco e caratteristico, nonostante i tanti possibili accostamenti ad almeno tre decenni di pop sognante e raffinato, dai La’s ai Belle & Sebastian, dai Byrds ai Galaxie 500.

Il lavoro si presenta con “Since K Got Over Me” (quasi una riproposizione in chiave più veloce della splendida “Reflections After Jane”, compresa in “Suburban Light”), i cui accordi ci accompagnano da subito a passo spedito in un girovagare senza meta attraverso strade cittadine bagnate e scarsamente illuminate; ma già la successiva “(I Can’t Seem To) Make You Mine” provvede a rallentare le cadenze, con il cantato soffuso di MacLean e un copioso e languido accompagnamento d’archi, anticipando di fatto una sorta di filo conduttore dell’intero album, ovvero la continua e non casuale alternanza di episodi più movimentati e altri decisamente introspettivi, presenti in maniera mai così cospicua in un lavoro della band. Si passa infatti con disinvolta agilità dalla scattante impronta sixties dell’Hammond di “My Own Face Inside The Trees” alla sommessa e introspettiva sobrietà di “Step Into The Light”, dall’andamento sincopato di “E.M.P.T.Y.” e quello quasi soul di “Spirit” alle riflessioni esistenziali di “K” e “When I Came Home From The Party”, fino al nostalgico spoken-word di “Losing Haringey” che, con le sue immagini da fotografia sbiadita, rende perfettamente l’idea del mood compositivo di MacLean, pur ora esplicantesi in uno spettro di variazioni discretamente ampio.

Tratto comune di tutto l’album è comunque anche l’accresciuta immediatezza del suono, probabilmente dovuta anche a una produzione attenta e professionale, testimoniata con evidenza dal brano che rappresenta la vetta emotiva dell’intero lavoro, “Impossibile”, la cui versione qui contenuta denota alcune significative differenze rispetto a quella già edita nell’Ep “Ariadne” – uscito lo scorso anno per Acuarela -, come l’aggiunta dei violini dell’intro e di una concreta divagazione chitarristica da classico rock anni 60.

In definitiva, salvo alcuni esigui elementi formali, “Strange Geometry” non si discosta dal suono della band, ormai tipizzato già nei precedenti lavori, del cui approccio non viene dispersa la freschezza e levità, nonostante l’accresciuta ricercatezza e ponderazione delle soluzioni melodiche. Poiché quindi si farebbe un enorme torto ai Clientele se si pretendesse necessariamente qualcosa di nuovo nelle loro produzioni, non si può negare che “Strange Geometry” sia un lavoro affascinante nella sua semplicità, costellato com’è da tenere e raffinate melodie capaci, nella loro classicità, di rappresentare molto degnamente e senza pretese la quintessenza del pop britannico d’autore, anno 2005.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 25 novembre 2005 da in recensioni 2005.
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