music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Pale Ravine

DEAF CENTER – Pale Ravine
(Type, 2005)

Duo norvegese formato da Erik Skodvin e Otto Totland, i Deaf Center giungono al debutto ufficiale sulla lunga distanza, dando così seguito al mini album “Neon City”, che già li aveva segnalati quali intriganti artefici di una misteriosa declinazione ambientale, in bilico tra suggestioni gotiche, misticismo nordico e un minimalismo che potrebbe evocare i “taccuini azzurri” di Max Richter o il “libro nero” di Sylvain Chauveau.

Dato alle stampe dall’ottima Type – etichetta che fin dalle sue prime uscite sta stabilendo elevati standard qualitativi e un’impronta stilistica ben delineata – “Pale Ravine” è un maestoso affresco della durata di cinquantatre minuti, che tracciano una sorta di colonna sonora per un film dell’orrore, attraverso un sapiente intreccio di un’elettronica dalle tinte fosche su un impianto sostanzialmente classico, incentrato su archi e pianoforte.

L’unitarietà narrativa – di stampo, appunto cinematografico o teatrale – è facilmente percepibile lungo le dodici piéce che compongono il lavoro, spesso strettamente legate le une alle altre, come in un flusso costante di acque limacciose, che si innalzano in maree color pece attraverso opprimenti coltri sintetiche, giustapposte ad angosciose stratificazioni di loop di archi, field recordings e frammenti sonori assortiti.

Traendo idealmente le mosse dai vari Harold Budd e Robert Rich, in “Pale Ravine” i Deaf Center ricompongono le tessere di un puzzle che nel suo complesso assomiglia molto a una sinfonia ambientale nella quale elementi acustici ed elettronici si saldano secondo incastri sempre nuovi, ricavati attraverso spesse coltri atmosferiche. Quella che suona la sinfonia è tuttavia un’orchestra di spettri, che segue movimenti lenti ma inesorabili, opportunamente enfatizzati dalle movenze del violoncello o del pianoforte, che affiorano sovente in superficie, svelando il retroterra classico dei due musicisti norvegesi e offrendo, in episodi quali “Thread” e “The Cleaning”, romantico appiglio in un mare tenebroso, ora reso placido da finissime saturazioni (“Loft”, “Lamp Mien”), ma più spesso percorso da imponenti correnti sintetiche, che trasportano il misticismo dei Dead Can Dance in territori dark-ambient non alieni da tensioni rumoriste.

Ma i dati che più colpiscono di questo intensissimo debutto sono da un lato l’estrema cura dei dettagli, che genera un suono ricco e straordinariamente denso, e dall’altro la naturalezza con la quale Skodvin e Totland gettano un ardito ponte tra classicismo da camera e torbidi abissi post-industriali, riuscendo a delineare il quadro d’insieme non soltanto in maniera esteticamente mirabile ma soprattutto con una potenzialità di suggestione tale da rendere il risultato complessivo affascinante e persino di fruibilità relativamente agevole per un disco del genere. Proprio per questo, oltre che opera di per sé riuscitissima, “Pale Ravine” può legittimamente aspirare al rango di pietra angolare di un incontro tra mondi musicali, dal quale lasciarsi coinvolgere, abbandonandosi a nebbie, tenebre e profondi flussi emozionali.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 18 dicembre 2005 da in recensioni 2005.
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