music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

My Life In Rooms

BARZIN – My Life In Rooms
(Weewerk/Monotreme, 2006)

A tre anni di distanza dal suo omonimo album d’esordio (Where Are My Records, 2003), Barzin dà ora alle stampe questo “My Life In Rooms”, nove brani che confermano la sua vena intimista, incorniciata da ottime capacità cantautorali e da una sensibilità artistica difficilmente etichettabile (alt-folk, post-rock, ambient, indie) per la sua poliedricità, già evidente al solo scorgere dei musicisti che hanno contribuito a questo lavoro, tra i quali Sandro Perri (Polmo Polpo), Tamara Williamson e membri di Great Lake Swimmers.

Barzin non è semplicemente un singer/songwriter “da cameretta”, ma conduce un’accurata ricerca della formula meglio in grado di adattarsi all’introspezione che traspare dalla sua voce e attraverso i suoi testi.
Così, gli avvolgenti arrangiamenti dei suoi brani ospitano indifferentemente soffuse ritmiche elettroniche e dilatazioni ambientali, ma anche chitarra, vibrafono e altre strumentazioni “tradizionali”, che nel loro insieme danno vita a delicate strutture musicali, classiche e moderne al tempo stesso, sospese tra un mood malinconico (ma non per questo cupo) e limpide melodie permeate da un’innocente e quasi stupita osservazione del mondo esteriore e di quello interiore.

Per capire la cifra stilistica di Barzin, è sufficiente già farsi cullare dalla melodia in loop che sorregge “Let’s Go Driving” brano impregnato di un romanticismo ovattato e quasi mistico, cui contribuisce un cantato calmo e profondo, denso di sensazioni sospese tra una lieve ingenuità adolescenziale e una sorta di placido torpore di fronte alla constatazione della desolazione e dell’inquietudine esistenziale.
La musica di Barzin tende infatti a chiudersi in se stessa, ad assaporare il gusto dolce-amaro dell’introspezione e dell’isolamento, nel quale solo a tratti penetra un raggio di sole. È il caso della successiva “So Much Time To Call My Own”, canzone di una semplicità disarmante, ancora caratterizzata dall’andamento circolare e altalenante tra diversi registri emotivi e sonori, tra passaggi di indolente introversione e aperture armoniche contrappuntate dall’aura solenne conferita dal suono di un organo dalle sembianze decisamente vintage.
Ma l’oscurità riprende subito il sopravvento nell’incipit di “Leaving Time”, commosso ricordo di un tempo che non tornerà mai più, immerso in un ritmo lento e dilatato, sostenuto da un suono d’archi che guida tutto il brano attraverso atmosfere uggiose, tra le quali solo nel finale inizia a intravedersi una fioca luce, generata più dalla coscienza dell’irrimediabilità del destino che non da un approccio meno cupo.
Il beat sintetico dilatato della successiva “Just More Drugs” (brano già edito, insieme al delicato interludio strumentale “Sometimes The Night…”, nel mini realizzato in cd-r per l’ottima etichetta francese Hinah nel 2004) conduce poi in nebbie imperscrutabili, tra le quali la sofferenza dell’animo finisce però per cedere il passo all’abbandono dei sensi in sospensioni temporali dalle sembianze quasi ambientali.

La dilatazione e la lentezza codeinica, caratteristiche essenziali nella musica di Barzin, ricorrono poi ancora in “Take This Blue”, autentica sublimazione del suo stile musicale, in quella che potrebbe considerarsi la sua più compiuta e personale reinterpretazione della classica forma-ballata.
Ma laddove, ad esempio, Mark Kozelek (dal cui mood, l’incoercibile malinconia di Barzin non differisce poi tanto) concentra le sue composizioni nell’essenzialità di sola voce e chitarra, oppure Jason Molina le fa esplodere in sofferte ballate elettro-acustiche, il cantautore canadese ricerca una forma espressiva più articolata e obliqua, nella quale tristezza e assenza traspaiono soltanto, diluite in uno stile complesso, ugualmente essenziale ma arricchito da molteplici fascinazioni sonore, esplicantesi nell’utilizzo di una strumentazione varia, comprendente tanto un modesto impiego dell’elettronica quanto soprattutto elementi orchestrali, che contribuiscono alla romantica drammaticità del risultato musicale.
Così è anche nella placida “Acoustic Guitar Phase”, ballata soffice e sonnolenta, dalla quale promana un calore umano nel quale rifugiarsi in una penombra malinconica e serena al tempo stesso, abbandonandosi ai suoi toni (indo)lenti, al sottofondo di archi e alle dolci note del pianoforte, piccole gemme affioranti qua e là nel corso del brano.

“Won’t You Come” è invece un incantevole e quasi inaspettato squarcio di sereno, un tiepido affresco di luce cristallina nel quale le caliginose ambientazioni metropolitane della musica di Barzin si diradano, lasciando il campo a gioiosi campanellini e alla voce radiosa di Tamara Williamson, in quello che è il brano meno oscuro e più diretto dell’album.
Ma è solo un episodio, perché poi la ninnananna strumentale “Sometimes The Night…” soffonde nuovamente il mood, con il suo tempo che pare scandito da un metronomo e le sue velate cadenze strumentali, quasi a preparare il terreno per il brano finale, che non a caso dà il titolo al lavoro, chiudendo idealmente il cerchio aperto poco più di mezz’ora prima, con una poetica romantica e raffinata e la voce di velluto di Barzin, che, su un sottofondo d’archi e al solito ritmo compassato, narra ancora storie piccole, ma di grande impatto emozionale, che esprimono il sottile piacere del nascondersi in se stessi, in stanze al sicuro dal mondo esterno, pur nella consapevolezza di non poter così rifuggire dai propri ricordi ed emozioni, irrimediabilmente “in love with everything that is lost”, verso che da solo può bastare a descrivere, meglio di mille parole, l’intera poetica musicale di Barzin.

Ben al di là di qualsiasi definizione stilistica, è semplicemente musica per cuori sensibili, che con i suoi toni sfumati e col calore delle sue emozioni colpisce dritta nell’anima, carezzandola con la sua delicatezza, stringendola in un intenso abbraccio, al quale lasciarsi andare per correre il concreto rischio di perdervisi dolcemente.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 26 marzo 2006 da in recensioni 2006.
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