music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

You Are There

MONO – You Are There
(Temporary Residence, 2006)

Quando, di questi tempi, ci si accosta a un album di quel cosiddetto post-rock orchestrale e apocalittico che ha avuto nei Godspeed You! Black Emperor i suoi primi e più ispirati interpreti, è premessa ormai comune affermare come il genere, per quanto ancora affascinante, abbia perso buona parte della sua spinta propulsiva, finendo quasi inevitabilmente per ripetersi, almeno nelle sue linee-guida principali, anche a causa del margine di manovra, obiettivamente scarso, da esso offerto ai suoi interpreti.

L’album in questione non sfugge a simili considerazioni — è bene chiarirlo da subito — ed è pertanto destinato senza dubbio esclusivamente agli amanti spassionati del genere, ancora capaci di emozionarsi all’alternanza tra placidi momenti orchestrali e impetuose impennate rumoristiche, senza farsi troppi problemi circa l’innovatività o meno di tali soluzioni compositive. Per costoro sarà senza dubbio superfluo ricordare come i Mono siano un quartetto giapponese già attivo da alcuni anni, ma che solo di recente ha conosciuto una più larga diffusione internazionale grazie all’etichetta statunitense Temporary Residence, che già aveva pubblicato il precedente “Walking Cloud And Deep Red Sky, Flag Fluttered And The Sun Shined”.
“You Are There”, quarto album effettivo dei Mono, registrato con il contributo dell’onnipresente Steve Albini, è pertanto solo il secondo a godere di tale più ampia distribuzione. Le sue sei tracce (per un’ora esatta di musica) confermano, nella sostanza, la band nipponica nel suo noto impianto sonoro, caratterizzato dal forte contrasto tra momenti melodici, frutto di grande accuratezza compositiva, e spasmi rumorosi a volte improvvisi e tanto violenti da rasentare il confine con il metal.
In esso, tuttavia, l’alternanza stridente tra passaggi di delicatezza quasi impercettibile e altri di impetuosità quasi brutale non è meramente riproposta seguendo schemi predefiniti, ma attentamente elaborata come un avvincente concentrato emotivo nel quale costruzioni melodiche istintive prevalgono senza dubbio sui canoni estetici del genere.

L’album si può idealmente suddividere in due parti simmetriche – di due lunghi movimenti e un più breve interludio ciascuna – la prima delle quali presenta il consueto andamento verticale e una continua alternanza di passaggi, mentre la seconda è fatta di composizioni relativamente più piane e fluide, nelle quali le componenti romantiche e orchestrali prevalgono sul furore metallico delle chitarre.
Eppure, il brano di apertura, “The Flames Beyond The Cold Mountain”, inizia con tre minuti di quiete densa e ovattata, un silenzio mistico, sulla cui cullante staticità si innesta una specie di “coro” tra gli strumenti, guidati da un sonnolento incedere ritmico in una trama raffinata che si impenna in una serie di esplosioni concentriche, stratificando percussioni febbrili e chitarre sempre più roboanti, i cui echi distorti si dissolvono poi in lontananza, riconducendo il brano prima all’immobilità dell’incipit e quindi a un più austero crescendo, fino alla ruvida cavalcata chitarristica del finale. La successiva “A Heart Has Asked For The Pleasure” ammorbidisce i toni, ma lascia intatta la tensione compositiva, qui peraltro spogliata dalla splendida melodia del brano precedente in uno scarno e tormentato interludio, ancora immerso nelle tenebre. A chiudere questa prima “facciata” del lavoro, “Yearning” ripropone un andamento simile al brano d’apertura, ma questa volta calato, senza alcuna mediazione melodica, in atmosfere claustrofobiche con un approccio che fa da subito intravedere un andamento marziale, squarciato già a metà del suo quarto d’ora di durata da taglienti flutti distorsivi la cui secca austerità, unita alla geometrica precisione esecutiva, è più facilmente riconducibile a una fisicità metallica che non ai fondali romantici delle composizioni di GY!BE. Ma contrariamente ai cliché dei troppi poco ispirati emuli del collettivo canadese, dopo l’ubriacatura rumorista, l’andamento del brano va degradando, implodendo su se stesso e restituendo alla fine, profondamente decostruito, il furore che lo ha in prevalenza contrassegnato.

La seconda parte del lavoro si presenta da subito con l’ariosa texture orchestrale di “Are You There?”, nella quale il sostanziale lirismo compositivo culmina in una tensione sempre latente, non repressa ma centellinata a piccole dosi, che rende al meglio l’abilità dei Mono nel costruire articolate sinfonie post-atomiche di commovente intensità drammatica. Laddove la parallela “The Flames Beyond The Cold Mountain” ha un andamento vorticoso, “Are You There?” è invece più piana e fluida, palesando la sua grandiosità epica tra costruzioni “rock” e aperture orchestrali che si rincorrono, fondendosi in un intreccio emotivo cangiante, culminante in una cospicua (oltre tre minuti) coda di minimalismo romantico, ideale preludio al leggiadro pianoforte che contrassegna “The Remains Of The Day”, breve e soffuso passaggio crepuscolare, delicato affresco che rende splendidamente la sottile malinconia del declinare del giorno.

Infine, in “Moonlight” il romanticismo prende definitivamente il sopravvento, diradando le tenebre contorte dei momenti più inquieti del lavoro in un’elegia soffice e al tempo stesso energica, non priva di un impeto soltanto temperato ancora dalla compresenza di strutture armoniche capaci di smussare magistralmente talune asprezze sonore per restituire, tradotto in epicità e astrattezza, quanto nella prima parte del lavoro comunicato attraverso un urto più ruvido e concreto.
E proprio in questo risiede, in definitiva, il nucleo migliore dell’impronta creativa della band, sicuramente più apprezzabile nei tentativi, posti in essere nella seconda metà dell’album, di cogliere e sviluppare le potenzialità emotive del genere, rifuggendone al contempo le anguste gabbie stilistiche, che non nelle composizioni della prima parte, di fattura tanto pregevole quanto in fondo un po’ prevedibile.

“You Are There” ha senza dubbio il pregio, non così comune in quest’ambito musicale, di essere un’opera non autoreferenzialmente ripiegata su manieristici toni apocalittici, ma aperta, grazie alle molteplici soluzioni compositive, a un intenso romanticismo e alla prospettazione di un’inafferrabile speranza generata dalle emozioni.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 8 aprile 2006 da in recensioni 2006.
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