music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Ardent Fevers

TANAKH – Ardent Fevers
(Alien8 Recordings, 2006)

Certo che Jess Poe, eclettico mentore del collettivo Tanakh, è davvero un artista che non smette di stupire, mutando in continuazione attitudini e “vesti” musicali. Lo avevamo infatti lasciato, circa un anno e mezzo fa, ai tempi dell’uscita, nel lasso di pochi mesi, di due opere tra loro completamente diverse: da una parte l’originale ricerca di una strana evoluzione tra post-rock e psichedelia dell’ottimo “Dieu Deuil“, dall’altra l’astratta, sinistra e quasi inascoltabile sperimentazione delle due lunghissime tracce strumentali (sessanta e trenta minuti rispettivamente) del doppio album omonimo, immediatamente successivo, ascrivibile però piuttosto a improvvisazioni estemporanee di Poe che non a un compiuto lavoro della band.
“Ardent Fevers” può quindi a ragione considerarsi il diretto seguito di “Dieu Deuil”: in esso, Poe e la sua compagnia (qui comprensiva anche di Isobel Campbell e Alex Neilson) proseguono sulle strade appena intraprese nel lavoro precedente, seppure con una grazia e una levità nuova, certamente di fruibilità più immediata e ormai lontana anni luce dalle atmosfere claustrofobiche degli esordi.

Si può anche supporre che su questa progressiva evoluzione verso la forma-canzone, verso ballate ariose e ricche di pregevoli spunti melodici, abbia influito l’ormai prolungato soggiorno fiorentino di Poe, fatto sta che “Ardent Fevers” allontana ormai definitivamente la band dalle complesse destrutturazioni sonore dei suoi inizi, per consegnarla senza dubbio al novero dei moderni interpreti del folk obliquo e ricercato, ambito nel quale tuttavia essa riesce a conservare una propria peculiarità nell’approccio, ancora caratterizzato da retaggi sperimentali o di psichedelia vintage, a volte appena percettibili, a volte ben più evidenti.
L’avvenuta transizione di Tanakh verso trame musicali leggiadre si percepisce fin dall’iniziale “Drink To Sher”, ariosa ballata costruita sul dialogo tra chitarra e archi, soavemente contrappuntato dal cantato di Poe, mai così piano e placido, e da un ritmo accattivante, arricchito dal contributo di una sezione di fiati, elemento che caratterizzerà in maniera significativa tutto il lavoro.

L’album scorre lieve e incostante, alternando bucoliche ballate, nelle quali una cristallina chitarra folk guida semplici canzoni d’amore appena sussurrate (“5 a.m.” e la romantica “Restelss Hands”), nostalgiche incursioni nel suono della West Coast degli anni 70 (“Grey Breathes”, “Like I Used To”) e addirittura inedite e fumose sensazioni blues (“Hit The Ground”).
Se con “Dieu Deuil” si poteva avere la sensazione che Poe e soci fossero alla ricerca, attraverso il recupero di suoni più “convenzionali”, di una via d’uscita dagli intricati sperimentalismi post-rock di tanti loro connazionali, adesso risulta invece evidente come essi si siano totalmente immersi nella pratica di un folk raffinato, ma delle sembianze fin troppo classiche.
A tratti, sembra quasi che la band abbia qui finito col tradurre le grandiose aperture emotive di alcuni dei suoi brani migliori in torridi e obiettivamente un po’ autoreferenziali assoli chitarristici, come quelli che finiscono per sporcare il finale della limpida “Still Trying To Find You Home”, per non parlare della lunga elegia elettrica della conclusiva “Take And Read”.

Non è un caso che le capacità compositive della band finiscano per manifestarsi conevidenza nei brani brevi e lineari, ove emerge sia l’attitudine lirica di Poe, sia un’interpretazione delicata e personale di semplici ballate folk: così, oltre che in “5 a.m.” e “Restelss Hands”, nel dolce dialogo con la Campbell di “Winter Song” e nella romantica “Deeper”, nella quale, su un copioso tappeto d’archi, Poe gioca con successo a travestirsi da crooner, mentre il suono dell’organo, prima accennato, poi più deciso, conferisce al brano una polverosa ma piacevole patina psichedelica, guidandolo verso un insolito finale jazzy.
Certo le vette di intensità di alcuni brani di “Dieu Deuil”, come “November Tree” e “Lady Eucharist”, non vengono qui nemmeno sfiorate, ciononostante “Ardent Fevers” risulta comunque un lavoro apprezzabile, forse soltanto un po’ discontinuo nel porre in risalto le ottime doti di songwriter di Jess Poe, in definitiva ora espresse al meglio nei sobri passaggi di folk lirico e romantico che non nei ridondanti accenni a più tortuose derive nostalgiche.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 6 maggio 2006 da in recensioni 2006.
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