music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Leaving Songs

STUART A. STAPLES – Leaving Songs
(Beggars Banquet, 2006)

Mentre nessuna notizia ufficiale annuncia ancora il definitivo scioglimento dei Tindersticks, procede a tappe forzate la carriera solista di Stuart A. Staples, che, a distanza di un anno dalla valida ma disomogenea raccolta “Lucky Dog Recordings 03-04”, presenta la sua seconda opera, che, trattandosi la precedente di una collazione di registrazioni casalinghe, non è poi errato considerare il suo esordio discografico vero e proprio.

Supportato da altri tre componenti dei Tindersticks – Neil Frazer, David Boulter e Terry Edwards – Staples esercita ancora tutta la sua intensità vocale, che lo colloca senz’altro tra i migliori interpreti maschili degli ultimi quindici anni, in dieci brani incentrati sui temi dell’abbandono e pervasi dalla malinconia e dal romanticismo così connaturati a quell’estetica vagamente maledetta e da “perdente” che ne ha sempre contraddistinto il mood, prima ancora del suono.
In “Leaving Songs” vi è infatti tutto ciò che ci si può attendere da una raccolta di brani cantati da Staples, poco importa che vadano a nome suo o della band o che presti semplicemente la sua voce a composizioni altrui (com’è avvenuto lo scorso anno in uno splendido brano compreso in “Les Retrouvailles” di Yann Tiersen). Anzi, anche grazie al contributo degli altri tre (ex?)-Tindersticks, la cesura rispetto al suono consacrato nelle migliori opere della band è sensibilmente minore che non nelle composizioni – essenziali e sostenute da arrangiamenti in genere meno ariosi – comprese in “Lucky Dog Recordings 03-04”.

Il passo iniziale del lavoro è svelto e quasi sbarazzino, nonostante l’invariabile malinconia dei testi sembri contraddirne l’approccio lieve, cui, nell’iniziale “Old Friends No.1”, l’irrompere dei fiati e i cori in sottofondo conferiscono grazia e movimento, mentre la voce suadente di Staples, così adusa a un’incoercibile e ormai controllata desolazione, intraprende con relativo distacco la sua rassegnata e per questo relativamente serena narrazione di assenze e rimpianti, resi inevitabili dal passare del tempo. Ma per un autore così profondo, nonché interprete capace di far vibrare gli animi, il distacco può essere solo apparente o dissimulato, come dimostra subito “The Path”, ove la sua calda intensità da crooner torna a incorniciare le atmosfere indolenti e fumose e i raffinati arrangiamenti arricchiti dall’organo che tanto riportano alla mente i lavori dei Tindersticks, da “II” a “Simple Pleasure”, con il loro sapore dolce-amaro, sospeso tra citazioni del Cohen più orchestrale e fascinosi riferimenti al cantautorato francese (Gainsbourg in testa).

Ma a fronte di un incipit dall’andamento veloce, culminante nello scatenato dialogo tra archi e fiati di “Which Way The Wind”, è il soffuso e delicato intimismo a costituire il fulcro di queste “Leaving Songs”, sia quando a prendere il sopravvento è un morbido senso di abbandono, come in “This Road Is Long” – dolce duetto, guidato dal piano, con Maria McKee – sia negli umbratili passaggi da colonna sonora di “Already Gone”, il cui crescendo d’organo, innestato su un semplice arpeggio di chitarra, riesce a evocare con facilità paesaggi grigi e piovosi, perfettamente confacenti ai temi della nostalgia e della perdita. Ad ulteriore contraltare dei primi brani e della loro ricchezza negli arrangiamenti, vi sono poi anche due essenziali ballate di country dimesso, nelle quali la voce di Staples va appena oltre un sussurro: “This Old Town”, che con i suoi leggeri tocchi di pianoforte e seducenti accenni di slide guitar presenta almeno una struttura strumentale e armonica, e soprattutto i soli due minuti di “Dance With An Old Man”, cammeo immobile e depressivo nel quale Staples regala un’interpretazione profonda e vellutata, toccando vertici assoluti di introspezione, nella quasi totale assenza di accompagnamento musicale, se si eccettuano le poche dimesse note di chitarra in lontananza.

La vetta emotiva del lavoro è però rappresentata dall’altro brano che perpetua l’antica passione dell’autore per i duetti con una voce femminile. In “That Leaving Feeling” l’ospite di turno è Lhasa de Sela, insieme alla quale Staples crea un duetto da brividi, la cui splendida costruzione orchestrale non ha nulla da invidiare a quello con Carla Torgerson dei Walkabouts, compreso nel secondo album dei Tindersticks, per l’intrecciarsi e alternarsi delle voci, il pianoforte, le melodie cristalline e quella malinconia, quel senso di perdita irrimediabile che si insinua sottile tra un verso e l’altro, prima delle aperture armoniche in un luminoso crescendo, ancora ritagliato tra archi e fiati, a far da preludio a un finale intimo e dai toni smorzati. In un pezzo come questo si esprime la quintessenza stilistica di Staples, secondo un filo di continuità che abbraccia tutta la sua carriera, prescindendo finanche dalle imputazioni formali dei suoi lavori e dalle vesti musicali, mutate solo in maniera marginale nel corso di un’attività ormai ultradecennale.

“Leaving Songs” aggiunge senz’altro poco alla storia musicale del suo autore; tuttavia, da un artista dall’impronta così ben definita non è lecito attendersi repentine e inusitate trasformazioni espressive che finirebbero, inevitabilmente, per alterarne i caratteri ormai consolidati. Per valutare positivamente un lavoro come questo, allora, è sufficiente evitare qualsivoglia pretesa innovativa, abbandonando invece il cuore alle nostalgiche storie di rimpianti e abbandoni che trovano ancora oggi in Staples un interprete di grazia e sensibilità difficilmente eguagliabili.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 13 luglio 2006 da in recensioni 2006.
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