music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Imaad Wasif

IMAAD WASIF – Imaad Wasif
(Kill Rock Stars, 2006)

Imaad Wasif potrebbe sembrare soltanto l’ennesimo artista che si affaccia nello sterminato e floridissimo panorama della canzone d’autore americana; il suo nome, i cui accenti esotici sembrano fatti apposta per suscitare interesse e rimanere impressi, è infatti iniziato a circolare da poco, appena prima dell’uscita di questo suo album omonimo, grazie a un brano compreso nell’ottima compilation recentemente pubblicata dall’etichetta Kill Rock Stars, “The Sound The Hare Heard”, nella quale a nomi piuttosto noti del folk cantautorale americano (tra i quali Sufjan Stevens, Laura Veirs, Colin Meloy) venivano affiancati artisti ben più oscuri, ma quasi tutti dalle ottime capacità. Wasif sarebbe correttamente annoverato tra questi ultimi, se non fosse che non si tratta proprio di un ragazzino alle prime armi, ma di un navigato chitarrista con alle spalle la militanza in molti diversi gruppi, tra i quali Folk Implosion, oltre a collaborazioni estemporanee, come quella in corso con gli Yeah Yeah Yeahs, e anche una propria creatura musicale a nome Alaska!.

A fronte di una biografia artistica da onesto e misconosciuto lavoratore della musica, destinato quasi inevitabilmente a rimanere nell’ombra, questo suo primo e personalissimo album solista rivela invece un autore dalla spiccata sensibilità e dalle non comuni doti sia melodiche che interpretative, tali da ritagliargli un posto di tutto rispetto in un ambito oggi popolato da tanti validi artisti, ma al cui interno non è per nulla facile riuscire a distinguersi, a meno di possedere, per esempio, la genialità di Sufjan Stevens o la delicatezza compositiva di Sam Beam (Iron & Wine) o ancora il sofferto lirismo di Jason Molina. Ed è proprio alle iniziali opere di quest’ultimo che istintivamente corre il pensiero all’ascolto di molte delle undici intense ballate proposte da Wasif, costruite quasi soltanto intorno all’essenzialità di voce e chitarra elettrica o acustica.

Comune denominatore del fluido songwriting di Wasif è quello di dar luogo a una formula musicale semplice ma vibrante, nella quale pochi accordi di chitarra accompagnano la sua voce profonda e cristallina, che canta testi struggenti e poetici, che colpiscono dritto al cuore, fin dall’iniziale “Spark” (“A spark I forgot, had me laying on the ground, the dark’s all I’ve got and it never let me down”). Il tono sommesso dei testi e la calda interpretazione dell’autore sono tutte rivolte a un’introspezione sofferta, ma mai del tutto cupa, che prima carezza quasi una moderata depressione (“I killed a love that I could see through out of my head”, “I am naked, reckless and stranded: how it hurts to linger on alone”), lasciando poi intravedere una luce in lontananza (“I see a world of trust, carelessely tossed out of the window”), fino ad accomiatarsi, nell’ultima traccia dell’album, con la concretezza della speranza (“Leave all the sorrow behind in the veiled twilight, for tomorrow is ours, in love”).

Tuttavia, quasi tutti i brani evocano prevalenti atmosfere di lieve penombra, veicolate, oltre che dagli ottimi testi, da un cantato nella cui intensità non è esagerato riscontrare echi di mostri sacri quali Elliott Smith o Jeff Buckley, e dal costante intreccio acustico-elettrico che, da autentico fulcro del lavoro, incornicia un’equilibrata successione di calma e impeto, talvolta presente anche all’interno dello stesso brano. Così, alternativamente, la delicatezza acustica giunge spesso a ingentilire alcuni dei passaggi più elettrici e sofferti (“Out In The Black”, “Into The Static”), mentre liriche ballad Drake-iane (“Whisper”, “Fade In Me”, “(Dandelion)”) vengono qua e là sporcate da innesti elettrici, a volte anche molto decisi e culminanti nella torbida tensione di “Coil”.

Ma è tutto l’album, inteso come unico, trepidante flusso emotivo, a toccare corde profonde, facendosi ascoltare con grande piacere: le sue melodie entrano facilmente in circolo, distillando scintille d’emozione con dolcezza e profondità, sia quando la voce di Wasif si fa suadente su pochi, scarni accordi acustici (“Blade”), sia quando completa tenui e limpide ballate degne del miglior Mark Kozelek (“Without”, “Tomorrow Is Ours”), oppure si innalza in un crescendo appassionato, raggiungendo la vetta d’intensità del lavoro, in “Isolation”, dalla ripetuta declamazione del cui titolo sulla consueta base armonica acustico-elettrica promana un’oscurità tale da far addirittura balenare, in qualche recesso mentale, l’ingiustificato interrogativo che possa trattarsi di una cover dell’omonimo brano dei Joy Division.

In fondo, si tratta pur sempre di semplici “canzoni”, ma fatte col cuore e supportate da un pathos e da un’accuratezza compositiva tali da elevare ben oltre la media dei songwriter contemporanei un autore come Imaad Wasif che, forse proprio perché non alla sua prima esperienza discografica, riesce a dispiegare al meglio le sue pregevolissime doti compositive e d’interpretazione, filtrandole attraverso un’evidente maturità artistica, che trova la sua principale qualità in una naturalezza espressiva e in una semplicità densa di sentimento, sufficienti a collocare senza dubbio su livelli di eccellenza assoluta questo lavoro di oscura e cristallina bellezza.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 23 luglio 2006 da in recensioni 2006.
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