music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Offshore

EARLY DAY MINERS – Offshore
(Secretly Canadian, 2006)

Nonostante il perdurante silenzio della sua prima band, gli Ativin, la febbrile creatività artistica di Daniel Burton, reduce da ormai molteplici esperienze, torna a dar voce e forma al suo progetto più sentito e personale, gli Early Day Miners, ormai giunti al quinto episodio di una parabola artistica che, pur affondando le proprie radici nel terreno solcato oltre un decennio fa dagli Slint, li ha gradualmente condotti verso complesse ambientazioni sonore rarefatte, dalle spiccate attitudini cinematografiche.

Avevamo lasciato Burton e soci tra l’avvolgente emozionalità e le asprezze ancora affioranti dell’ottimo “All Harm Ends Here“; li ritroviamo, poco più di un anno dopo, con “Offshore”, non esattamente un nuovo album quanto piuttosto una parziale rivisitazione di brani originariamente composti nel 2001 e compresi in “Let Us Garlands Bring”, oppure rimasti ai margini di quell’album, che a ragione si può considerare la loro opera più completa e riuscita. Ma, a prescindere dal momento della sua scrittura, la sensibilità artistica alla base di “Offshore”è la stessa che ha sempre animato le creazioni musicali di Burton, delle quali anzi rappresenta una sorta di concentrato, ottenuto anche grazie al contributo di suoi abituali compagni di viaggio, qui supportati, tra gli altri, dal chitarrista dei Windsor For The Derby, Dan Matz.

L’approccio del lavoro, con i nove minuti di “Land Of Pale Saints” presenta un pronunciato impeto rumorista, tra una massiccia cascata di chitarre roboanti e una sezione ritmica nervosa e incalzante, che solo nella parte centrale del brano accenna a diradarsi, pur mantenendo una tensione claustrofobica, che non trova esito liberatorio in una prevedibile esplosione, ripiegandosi invece su se stessa in un etereo trait d’union con “Deserter”, ballata oscura e obliqua, sospesa tra una forma canzone non del tutto compiuta, tracce di folk malato e sinistre dilatazioni atmosferiche.
L’unitario percorso dell’album prosegue poi senza soluzione di continuità in “Sans Revival”, nella quale si manifesta con evidenza la predilezione di Burton per la wave dei primi anni 90 e per quel suono – legato soprattutto alle etichette Creation e 4AD – capace di dissolvere i copiosi feedback chitarristici in sonorità astratte e sottilmente psichedeliche, ideali fondali per trasognate ballate, ora sonnolente, ora squarciate da impennate rumoriste.

Il fulcro e la probabile ragion d’essere del lavoro sono poi tutti nella sequenza “Return Of The Native”-“Silent Tents”, che ripropone, su due tracce distinte, i due momenti del meraviglioso brano “Offshore” (appunto…), la cui versione compresa in “Let Us Garlands Bring” costituisce tuttora la vetta artistica raggiunta dalla band: di quel brano, intimo e coinvolgente al tempo stesso, “Return Of The Native” è la parte cantata, qui affidata alla voce setosa ma un po’ troppo sofisticata di Amber Webber (Black Mountain), mentre “Silent Tents” è l’emotivo crescendo, ora smorzato in una dilatazione estrema, non ancora priva di fascino ma carente dell’intensità dell’originale, forse anche a causa della produzione e del missaggio curato, come per tutto l’album, da John McEntire. La medesima considerazione vale anche per la conclusiva “Hymn Beneath The Palisades”, che rivisita di nuovo e in forma unitaria “Offshore”, questa volta nella sola veste strumentale, conservandone gli spasmi e il crescendo post-rock, seppure attutiti e arrotondati, elegantemente tradotti secondo un’accuratezza che finisce però per affievolirne l’originaria spontaneità.

Del resto, sono passati cinque anni dalla composizione di questi brani, pertanto dalla loro riproposizione era lecito attendersi un qualche sviluppo nel frattempo intercorso nel suono degli Early Day Miners: così è, almeno in parte, visto che dalle aderenze post-rock, allora più pronunciate, Burton sembra ormai orientato con decisione ulteriore verso la ricerca di una forma musicale astratta e concettualmente ambientale, persino quando, come in questo caso, le strutture armoniche dei brani sembrano andare nella direzione opposta, con la copiosa presenza delle chitarre distorte. Se questo era l’intento alla base di “Offshore”, allora Burton, dal punto di vista formale, lo ha senza dubbio raggiunto, benché sia proprio il ricordo dell’eccelsa qualità del brano che dà titolo all’album a finire per enfatizzare, di contro, il minor grado di coinvolgimento conseguito dalla progressiva trasformazione della sua rinnovata manifestazione artistica.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 4 settembre 2006 da in recensioni 2006.
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