music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Gulag Orkestar

BEIRUT – Gulag Orkestar
(Ba Da Bing!, 2006)

È da qualche tempo che molti diversi ambiti musicali subiscono il fascino antico della tradizione popolare dell’Europa centro-orientale: forse è ancora prematuro valutare se ciò derivi soltanto da uno studio approfondito dei caldi suoni di un’area geografica da sempre rimasta periferica dal punto di vista storico-culturale, o invece dal semplice affermarsi di un gusto estetico attualmente di tendenza, ma è un dato di fatto che si assiste sempre più spesso al colorarsi di estemporanee tinte esotiche della musica di artisti apparentemente distanti anni luce da quel retroterra etnico e culturale.
Accade infatti da ultimo anche con Zach Condon, autore americano non ancora ventenne, che dopo un viaggio alla conoscenza delle zone più recondite del vecchio continente, debutta con questo album a firma Beirut, nel quale, oltre a vantare la non casuale benedizione artistica di Jeremy Barnes (A Hawk And A Hacksaw), è affiancato da numerosi musicisti che suonano gli strumenti più disparati, dalle onnipresenti trombe al piano, dai mandolini alle percussioni indiavolate, fino all’ukulele.

Tra le contraddizioni che i territori balcanici recano nella loro storia e quelle, non solo musicali, originate dalla sua relativa incertezza tra riferimenti culturali e geografici, Condon inizia il suo viaggio un po’ approssimativo tra villaggi fuori dal tempo, visionari shtetl dalle tinte letterarie ed estemporanei richiami mediterranei.
Dopo aver introdotto la sua sghemba orchestrina nella nenia un po’ retorica “The Gulag Orkestar”, tutta incentrata su fiati a profusione e su una ritmica marcetta, animata dalle percussioni, Condon inizia ad accennare l’elemento peculiare del suo approccio alla musica etnica, ovvero il coronamento della stessa con una forma canzone ricercata e non priva di interessanti rimandi a esperienze cantautorali contemporanee – da Microphones a Neutral Milk Hotel, fino a Bright Eyes – che ingentiliscono non poco il turbinante walzer “Prenzlauerberg” e soprattutto la scatenata ballata tzigana “Brandenburg”.

Ma i molteplici riferimenti artistici di Beirut non finiscono qui: in “Postcards From Italy”e “Mount Wroclai (Idle Days)” è la pura melodia a prendere il sopravvento, anche grazie alla sorprendente interpretazione lirica di Condon, che è davvero difficile non accostare addirittura a Morrissey, nonostante l’accompagnamento bizzarro di una cornice di fiati e ritmi, che in “Rhineland (Heartland)” diventa quasi istrionica, a temperare, in stridente contrasto, la profondità di uno dei momenti più intensi del lavoro. Si tratta però solo di una parentesi, poiché a riportare la trama dell’album su toni festosi e scanzonati provvede dapprima la spiazzante canzoncina “Scenic World” – nella quale all’orchestralità diffusa nel resto del lavoro si sostituisce inaspettato un giocoso ritmo di pianola, in una sorta di declinazione povera e ante litteram del synth-pop minimale – e poi l’irrompere impetuoso della fanfara, che in “Bratislava” evoca colori accesi e pacchiani, ma pure dissolti in un ricercato lirismo, assimilabile al klezmer-post-rock della Black Ox Orkestar.
Mentre è ancora la fanfara a soverchiare il romanticismo della semplice ballata folk circolare “The Bunker”, il suo declinare con nostalgiche note di tromba introduce la parte conclusiva dell’album, nella quale si materializza quel velo di tristezza celato a stento, per tutto il corso del lavoro, da una forma espressiva ostentatamente chiassosa. Lo si percepisce ancora nella parte iniziale di “The Bunker” e nei ritmi rallentati di “The Canals Of Our City”, prima del commiato venato di malinconia “After The Curtain”: cala il sipario, la banda se ne va con una lenta litania, accompagnata solo da sparse note di pianola, mentre la gente l’acclama, lasciandosi alle spalle la festa per tornare a una realtà certamente ben diversa dal sogno, sgargiante quanto effimero, regalato dalla musica.

È allora il caso di lasciarsi trascinare dall’entusiasmo genuino e un po’ ingenuo della moltitudine plaudente? Forse solo in parte, perché “Gulag Orkestar” è certamente l’apprezzabile risultato dell’ambizioso intento di ibridare suoni e fascinazioni fuori dallo spazio e dal tempo con una sensibilità artistica vivace e moderna, ma è anche un lavoro che risente di una certa sovrabbondanza di riferimenti e della loro contestualizzazione, a tratti leggermente forzata, in una formula tanto complessa quanto attualmente di facile e pronto impatto negli ambienti musicali indipendenti.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 12 ottobre 2006 da in recensioni 2006.
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