music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Sun

FRIDGE – The Sun
(Domino / Temporary Residence, 2007)

Sei anni: tanto si è dovuto attendere perché tornasse a comparire con una nuova opera la sigla Fridge, band il cui contributo alla sperimentazione di sonorità tra elettronica e post-rock, a cavallo tra anni 90 e 2000, è universalmente riconosciuto. Com’è noto, però, Kieran Hebden e Adem Ilhan, principali artefici insieme a Sam Jeffers di questo progetto ormai ultradecennale, nel frattempo non se ne sono stati con le mani in mano: anzi, tutt’altro, a giudicare dalle copiose opere prodotte dal primo sotto la sigla Four Tet e in collaborazione con altri artisti come Steve Reid, e dai due album licenziati dal secondo a nome Adem.
Certo, le strade intraprese singolarmente dai due tendono verso direzioni piuttosto diverse: Hebden sempre più impegnato in molteplici trasformazioni dell’elettronica e della laptop music, Ilhan ormai totalmente immerso nel suo cantautorato folk, le cui melodie malinconiche sono appena sporcate da semplici innesti elettronici.

Il rinnovato connubio artistico di Hebden e Ilhan, dopo un periodo così lungo, ha pertanto il sapore, da un lato, di un compendio delle esperienze nel contempo maturate singolarmente e, dall’altro, quello di un “ritorno al futuro”, grazie al quale il suono già a suo tempo sviluppato dalla band viene rivisitato nei suoi diversi aspetti. “The Sun” è, infatti, prima di tutto, un lavoro eterogeneo, che nei suoi dieci brani spazia con disinvoltura da beat elettronici a costruzioni di evidente matrice post-rock, da marcati astrattismi elettrici a sinuose ritmiche jazzy, fino a delicati arpeggi acustici.

L’esordio dell’album, affidato alla title track, presenta un impatto ruvido e alquanto straniante, con i suoi beat profondi e studiatamente disordinati (che farebbero pensare quasi a una delle basi di Beck), ma si tratta di un episodio quasi isolato, poiché, se si eccettuano l’incessante crescendo elettrico di stampo quasi post-punk di “Eyelids” e il battito elettronico persistente, che conferisce andamento aggraziato e decisamente “catchy” all’ottima “Comets”, il resto del lavoro è caratterizzato da trame strumentali più compassate, in bilico tra accurate giustapposizioni strumentali e gradevoli inserti acustici, innegabile eredità dell’esperienza solista di Adem.

Benché qua e là continuino a emergere carsicamente ritmiche sparse e timidi accenni di composizioni prive di schemi definiti (si veda l’andamento jazzato e free di “Oram”), nel corso dell’album prevalgono atmosfere post-rock dal movimento etereo, create dalla classica interazione di chitarra, basso e batteria. Gli intrecci strumentali di simile natura sono però per lo più scarni e compassati, come avviene nelle delicate armonie di “Clocks” e “Insects” o nelle atmosfere morbide e vagamente “spaziali” di “Lost Time”, pur culminanti in una pronunciata impennata chitarristica.

Tra le tante diverse attitudini consolidate nel suono dei Fridge e qui richiamate, quella che si dimostra più fresca e significativa sembra tuttavia la declinazione, in una prevalente chiave elettro-acustica, di una sensibilità da sempre non banalmente riconducibile sotto l’etichetta “post-rock”. A dimostrazione di ciò, basti prendere in considerazione, da un lato, il caleidoscopio di suoni spesso presente all’interno dello stesso brano e, dall’altro, i reiterati inserti acustici, che, affioranti talora in contesti eterogenei (“Oram”, “Insects”, “Lost Time”), diventano autentici padroni della scena nella lenta ballata “Our Place In This” e nella conclusiva “Years And Years And Years And Years”, entrambe molto piane e incentrate quasi esclusivamente sugli incantati arpeggi di Adem.

Fermo restando che sarebbe oltremodo fuorviante, in sede di valutazione, pretendere da questo lavoro il medesimo slancio propulsivo delle precedenti opere dei Fridge o di quelle soliste di Four Tet, la natura stessa di “The Sun”, quale ideale summa del percorso artistico della band e di quello dei suoi componenti, ne fa un patchwork piuttosto disorganico, ma non per questo privo di passaggi validi, nei quali la classe compositiva di Hebden e Ilhan riesce ancora a districarsi agilmente, seppure in maniera frammentaria, tra suoni acustici, elettrici ed elettronici.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 30 luglio 2007 da in recensioni 2007.
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