music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

In Our Nature

JOSÉ GONZALEZ – In Our Nature
(Peacefrog, 2007)

La sala è ancora animata da un leggero brusio, quando le pesanti tende di velluto rosso scorrono elegantemente facendosi da parte, mettendo così a nudo il grande palco sul quale una figura si staglia solitaria nel buio, al centro della scena, ancora indefinita. Improvvisamente si crea un silenzio quasi surreale: l’attesa è finalmente giunta al termine. Luci.

E così, dopo quattro anni, i riflettori sono nuovamente puntati su José González, colui che al tempo del suo esordio, “Veneer”, era stato salutato come uno dei più plausibili eredi spirituali del compianto Nick Drake.
“In Our Nature” rappresenta un importante punto di svolta per González, sancito dal passaggio alla distribuzione di una major ed espresso in forma di una vera rivoluzione stilistico-espressiva, che prende le distanze dal lunare songwriting drake-iano, sfociando in un lavoro molto personale, maturo, che si discosta non poco dalle atmosfere di “Veneer”.

C’è qualcosa di ancestrale nell’ultima fatica di González: lo spirito inquieto e ribelle che brilla negli occhi di un gatto domestico, il fuoco indomabile che si rivela appena sotto le braci quasi spente, l’espressione di una spiritualità atavica, sancita dall’ipnotico tamburellare dei bassi e da una ritmica che acquista connotazioni di una ritualità primordiale, quasi magica. Del resto, in un’intervista relativa all’imminente uscita del nuovo album, lo stesso José afferma: “Mi piace giocare col simbolismo. In questo album ho voluto rivelare gli aspetti più primitivi degli esseri umani”. In tal senso, “In Our Nature” può considerarsi una sorta di concept, che, senza concessioni a rassicuranti sovrastrutture, passa in rassegna emozioni e sentimenti legati all’incoercibile contraddittorietà della natura umana, perfettamente esemplificata proprio dalla title track.

Al pari del modo di affrontare tali temi, anche la musica di González continua ad essere disadorna e molto diretta, accentuando anzi l’essenzialità già dimostrata in “Veneer”; non solo perché il suo nucleo essenziale risiede ancora una volta nell’inconfondibile picking cristallino del giovane cantautore svedese e nel morbido calore della sua voce, ma anche e soprattutto perché nelle strutture compositive di molti dei dieci brani qui compresi vi è una notevole insistenza su un’iterazione di semplici accordi, che riesce a produrre effetti avvolgenti e quasi mantrici, come avviene alla perfezione in quell’aspra e moderna declinazione del catulliano “odi et amo” rispondente al titolo di “Killing For Love”.

Accanto alla rilevante presenza di elementi ritmici, che lasciano spesso trasparire le origini latine di González, è proprio il continuo gioco di accordi concentrici a costituire il principale fattore di movimento di un songwriting che, tanto nei temi quanto nei toni, rifugge la retorica dello spleen, presentando composizioni in bilico tra solarità e suadente grigiore, ma sempre sobrie ed efficacemente concise. Non è un caso infatti che, ad eccezione della conclusiva “Cycling Trivialities”, tutti gli altri brani si attestino sui tre minuti di durata, lasso di tempo più che sufficiente a González per portare a compimento piccoli cammei acustici di sorprendente capacità comunicativa, come le varie “How Low”, “Time To Send Someone Away”, “Fold”. Citazione a parte merita infine la riuscitissima cover della splendida “Teardrop” dei Massive Attack, brano la cui interpretazione in chiave acustica esige, oltre a una buona dose di coraggio, non comuni doti tecniche, vocali ed emotive.

Tanto le spirali acustiche del fingerpicking di González quanto il cadenzato tam-tam ritmico che pervade l’album contribuiscono alla creazione di una reiterata ciclicità, che poi sembra quasi poter prendere forma e vita proprie, concretizzandosi in una sorta di danza rituale, nella quale il simbolismo di González si manifesta completamente, contrapponendo e amalgamando a un tempo forza e delicatezza, primitività e spiritualità.

Questo sinuoso girotondo tra terreno e celeste, carico di connotazioni mistico-simboliche, fa tornare alla mente i versi di una poesia di Federico García Lorca: “Tigre e colomba sulla tua cintura,/ tra morsi e gigli in lotta ed aspra danza”. Un’immagine probabilmente un po’ forte se posta in parallelo con la delicata musica di González, ma che ne richiama senz’altro la circolarità e ne condivide soprattutto la stessa intensissima efficacia evocativa.

(in collaborazione con Alessandra Reale, pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 23 settembre 2007 da in recensioni 2007.
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