music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Donkeysongs

THE BIG EYES FAMILY PLAYERS – Donkeysongs
(Rusted Rail, 2008)

Dall’inizio del decennio il polistrumentista inglese James Green, con il suo progetto Big Eyes, si è cimentato nella creazione di qualcosa di simile a un folk dal retaggio classico e volto all’esplorazione di territori sonori spesso creati dall’improvvisazione. Da qualche tempo Green ha ampliato i propri orizzonti musicali e, parallelamente, la dimensione della sua creatura artistica, trasformandone la denominazione di Big Eyes Family Players in occasione di “Do The Musiking”, album del 2004 che presentava la band appunto come una “famiglia allargata” allora comprendente, tra gli altri, ospiti del calibro di Rachel Grimes, Jeremy Barnes e James Yorkston.

Adesso Green ripete l’esperimento, insieme a compagni di viaggio meno noti e limitandosi a una formazione più ridotta, ma perseverando nel percorso, iniziato con “Do The Musiking”, attraverso schegge di obliquo folk strumentale, sospeso tra un’uggiosa malinconia da brughiera, colto romanticismo orchestrale e suggestioni tratte dalla musica tradizionale europea. Proprio quest’ultimo aspetto sembra essere coltivato con maggior attenzione da Green negli otto tasselli che formano il breve (appena venticinque minuti) puzzle di “Donkeysongs”, tuttavia in grado di spaziare da mantra orientaleggianti, come quelli dell’iniziale “Snowflake Runt”, a ballate balcaniche colorate ma intrise di malinconia (“Yellow Bird March”), fino a notturne melodie pianistiche, tanto compunte quanto inquietanti (“An Improvised Drowning”).

Nelle diverse estrinsecazioni sonore assunte dai loro brani, Big Eyes riescono a mantenere l’equilibrio tra un certo misticismo orientaleggiante e improvvisazioni di stampo psych-folk da una parte e componenti acustiche e romantiche dall’altra, evitando di incorrere in torsioni sonore involute ed eccessi autoreferenziali. Infatti, nonostante nella maggior parte dei brani emergano molteplici sfumature ritualistiche, particolarmente evidenti laddove il picking si fa più insistito disegnando arabeschi acustici in bilico tra James Blackshaw e Ilyas Ahmed (“Lavinia”, “Donkeys Disturbed By A Meteor Shower”), la misuratezza minimale delle composizioni impedisce loro di prendere il sopravvento, dissolvendole in brani brevi ma ricchissimi di elementi.
La strumentazione della “famiglia allargata” comprende infatti questa volta, oltre a chitarra, batteria e violini, tra gli altri arpa, armonica, organi, pianoforte e kazoo; a questa piccola orchestra si aggiunge inoltre con discrezione materiale campionato che, con i suoi loop quasi impercettibili, alimenta la sensazione di una musica avvolgente, dal sapore recondito e sfuggente a coordinate spazio-temporali definite. Di certo c’è che la bussola dei Big Eyes punta ancora con decisione ad Est, senza una destinazione precisa eppure conservando la propria inclinazione originaria.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 3 aprile 2008 da in recensioni 2008.
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