music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

When The Leaves Fall Like Snow

YELLOW6 – When The Leaves Fall Like Snow
(Make Mine Music, 2008)

La straordinaria prolificità del chitarrista inglese Jon Attwood, aka Yellow6, sembra non avere intenzione alcuna di prendersi una pausa, visto che, a distanza di appena un anno dal suo ultimo “Painted Sky” (e passando attraverso altre produzioni limitate e “minori”) si ripresenta con un nuovo lavoro, sotto forma di un imponente doppio album, interamente registrato e composto nel corso di poche settimane di soggiorno svedese durante lo scorso autunno.

Diviso in due parti ben distinte e separatamente titolate (“Fall” e “Further”), “When The Leaves Fall Like Snow” raccoglie una ponderosa testimonianza dell’abilità di Attwood nel creare universi sonori, quasi soltanto con la sua chitarra e, questa volta, senza alcun supporto di synth, ma solo di effetti e occasionali field recordings, a completare le molteplici alternanze ora di melodie di calda e avvolgente emozionalità, ora di note ripetute e dense di nostalgia isolazionista.
Le ben oltre due ore raccolte in questi due cd rendono l’opera di difficile permeabilità e non sempre di immediata comprensione, poiché il costante lavorio sui suoni da parte di Attwood cesella paesaggi incantati ma quasi sempre tali da richiedere una certa applicazione per travalicarne le sole componenti formali.

Probabilmente anche in coerenza con il contesto in cui è stato ideato e composto, nel suo complesso “When The Leaves Fall Like Snow” riconduce Attwood su sonorità più lente e rarefatte rispetto al lavoro precedente poiché, abbandonati quasi del tutto gli accenni distorsivi e la conseguente maggiore concretezza sonora di “Painted Sky”, l’artista inglese si dedica qui all’elaborazione di sottili trame chitarristiche, costituite da arpeggi e modulazioni evanescenti, spesso dilatati al massimo grado, fino ad ottenere una environmental music descrittiva di grigi e autunnali paesaggi scandinavi.
Delle due parti in cui è diviso il lavoro, “Fall” presenta sei composizioni di durata pari o superiore a dieci minuti, nelle quali fin dall’iniziale “Still Water” Attwood offre ampi saggi della sua concezione di musica ambientale, realizzata attraverso morbidi riverberi, lentamente giustapposti e iterati, e discrete aperture melodiche, solo a tratti contornate da accenni ritmici prodotti da tenui loop elettronici (“Leaves Fall Like Snow”). Ne risultano oscure sinfonie ambientali, che perpetuano solo in parte il fascino delle classiche composizioni di Yellow6, spesso coniugandolo a un feeling sostanzialmente ambientale, quasi del tutto privo di apprezzabili variazioni e a tratti persino prossimo alle sonorità degli ultimi Labradford.

Il secondo cd, “Further”, risulta invece più accessibile, non solo per la durata relativamente inferiore dei brani, ma anche per una certa maggiore varietà del loro contenuto. Ferma restando l’impronta autunnale e malinconica che caratterizza tutto il lavoro, “Further” spazia dalla stasi e dalla rarefazione estrema di brani quali “Mellan” e “All Space”, ai dolci movimenti circolari di composizioni più strutturate come “You Can’t Be Everything He Said” e “Magasin2”. Nei primi, Attwood si concentra su loop raffinatissimi, che disegnano paesaggi al tempo stesso brumosi e risplendenti, protesi con decisione verso le atmosfere degli Stars Of The Lid; nei secondi, invece, i suoni si fanno più corposi e strutturati, increspandosi in lievi distorsioni. In questi brani riaffiorano i fragili “notturni metropolitani” delle opere migliori di Attwood (in particolare “Melt Inside”), dipanati attraverso calde note chitarristiche, sapientemente dosate e ogni volta giustapposte a creare sensazioni inedite.

Considerato nella sua voluminosa totalità, “When The Leaves Fall Like Snow” è un’opera che alterna momenti pregevoli a qualche eccesso di prolissità ed esuberanza compositiva: scremato da un buon terzo della sua durata sarebbe potuto essere un lavoro più concentrato e di migliore accessibilità. Tuttavia, anche in questo periodo di fruizione musicale “usa e getta” e di affrettate valutazioni formali, Attwood si cura ben poco della contingenza temporale, destinando le sue opere a quanti intendano impiegare tempo e pazienza per addentrarsi nella loro complessa profondità che, anche in questo caso, offre molti piacevoli riscontri.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 18 aprile 2008 da in recensioni 2008.
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