music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Begin Civil Twilight

AUBURN LULL – Begin Civil Twilight
(Darla, 2008)

Protagonisti di una carriera ormai ultradecennale, costellata da pochi e misconosciuti album, gli Auburn Lull di Sean Heennan sono una band originaria del Michigan, che ha saputo creare un piccolo culto intorno alle sue produzioni, da sempre improntate a sonorità dilatate ed evanescenti, generate dalla coniugazione di lontani retaggi psichedelici con evidenti fascinazioni per tutto l’universo musicale britannico, coagulatosi tra anni 80 e 90 intorno alle etichette 4AD e Creation.

“Begin Civil Twilight”, che segue a distanza di ben quattro anni il precedente “Cast From The Platform”, è appena il terzo album vero e proprio della band e dà tutta l’impressione di essere la sua opera più matura e coesa, incentrata com’è sulla dilatazione estrema di suoni eterei e sognanti, in prevalenza originati da una messe di feedback e riverberi, ma intesi alla creazione di impalpabili rarefazioni ambientali.
In poco meno di un’ora di durata, gli Auburn Lull offrono un’ampia rassegna del fragile equilibrio raggiunto dalla loro musica sul crinale tra ambient e shoegaze, applicando alla costante di riverberi e dilatazioni melodie appena accennate, voci sfuggenti in lontananza ma anche pennellate oscure e paesaggi sonori stranianti.

Addentrarsi in “Begin Civil Twilight” è come immergersi in una nebbia densa di riflessi policromi, che, senza quasi dare la possibilità di accorgersene, trasporta in una dimensione spazio-temporale indefinita, conseguendo un effetto psichedelico di fondo e riportando la mente a sonorità lontane nel tempo, che non possono fare a meno di suscitare accostamenti con band quali i Chapterhouse e, soprattutto, i primi Slowdive. I riferimenti stilistici degli Auburn Lull sono, infatti, quasi tutti al di qua dell’Atlantico e risalgono al periodo d’oro dello shoegaze, oggetto del resto di una notevole (ri)scoperta negli ultimi tempi; ma, a differenza di tanti altri tardivi emuli di quelle sonorità, la band del Michigan proviene da un percorso artistico duraturo e coerente, attraverso il quale ha elaborato una propria peculiare impronta, non restia a espliciti omaggi a quel modo di fare musica e ciononostante in grado di rifuggire la banalità di riletture calligrafiche e meramente formali.

A dimostrarlo è già sufficiente il sapiente dosaggio di suoni chitarristici rallentati, resi inafferrabili fino a raggiungere un’ovattata saturazione che rimanda ai brani più eterei dei My Bloody Valentine (“Grange Arcade”), base sulla quale Heennan e compagni innestano di volta in volta battiti ossessivi (“Broken Heroes”), sorprendenti delicatezze ambient-acustiche (“Stanfield Echo”, “Hidden3”) e, soprattutto, melodie più strutturate, sulle quali anche le voci perdono consistenza, fluttuando in un universo liquido e cullante. È quel che avviene nei brani meglio riusciti del lavoro, come nella splendida title track, pervasa da un muro di feedback lieve e raffinatissimo, e nelle due vere e proprie canzoni “November’s Long Shadows” e “Coasts”, i cui onirici contorni dream-pop sfiorano rispettivamente gli ammalianti vortici sonori degli Slowdive e le più recenti letture contemplative di band inglesi quali Epic45 e July Skies.

Tra i tanti riferimenti possibili, è però proprio quello agli Slowdive a balenare più spesso nel corso dell’album, come se gli Auburn Lull avessero inteso partire dai loro echi distanti per estenderli al massimo grado possibile, senza pretese di creare una formula “nuova”, ma rielaborando in maniera fresca e con piglio autentico suoni dal fascino immutato, qui condotti fino ad appena un passo dall’ambient.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 13 aprile 2008 da in recensioni 2008.
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