music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Chemical Chords

STEREOLAB – Chemical Chords
(4AD, 2008)

Due anni dall’ultima uscita discografica originale, la raccolta di Ep “Fab Four Suture”, addirittura quattro dall’ultimo album vero e proprio, il mediocre “Margerine Eclipse”: anche la ridotta frequenza delle uscite, una volta invece copiosissime, sembra testimoniare la trasformazione – se non un certo inaridimento – dell’ispirazione di una band che in quasi due decenni di attività ha lasciato un’eredità indubbiamente importante, ma che ormai da troppo tempo fatica a svincolarsi dai pur piacevoli cliché dell’epoca d’oro che fu.

Da un lato, sarebbe esagerato pretendere, da una band di ultraquarantenni e dal profilo artistico fortemente definito, la spinta propulsiva presente nelle sue opere giovanili; dall’altro, dolorose traversie umane e la concentrazione di alcuni componenti su altri progetti, hanno via via sbiadito la folgorante verve da modernariato pop degli Stereolab. Sbiadita, sì, ma non svanita del tutto, poiché anche in questo (fin troppo) imponente “Chemical Chords” si colgono ancora sporadici bagliori della classe da sempre profusa in composizioni minimali per tastiere vintage e filastrocche pop costruite intorno a melodie di due note, che tra infantili la-la-la esprimevano una visione del mondo di retro-futurismo apocalittico e anarcoide.

Non a caso, “Chemical Chords” parte proprio dall’immutabile dottrina “not adult oriented” della band, inanellando prima una liquida canzoncina di pop apparentemente noncurante (“there is nothing to be sad about”, ripete l’iniziale ” Neon Beanbag “) e poi il cantato francese sempre fascinoso della Sadier, corredato in “Three Women” da un impianto strumentale riconducibile al periodo delle collaborazioni con John McEntire. In effetti, tutto l’album si presta a molteplici possibili accostamenti al passato della band, alternando rassicuranti sinfonie minimali, canzoncine circolari, derive interstellari, accenni jazz-lounge e scomposizioni armoniche a base di cuts and blips.
Insomma, un po’ “Emperor Tomato Ketchup”, un po’ “Dots And Loops”, un po’ “Mars Audiac Quintet”: ci si potrebbe divertire a trovare analogie e riferimenti, tutti, ovviamente, interni a una discografia amplissima e a un’impronta sonora perseguita ancora oggi con ostinata coerenza. Peccato però che nel frattempo sia lo spirito ad essere mutato, tanto da far sembrare oggi a tratti stucchevoli e stantie le medesime soluzioni sonore una volta frutto di geniali intuizioni; e ciò non in quanto semplicemente “già sentite”, ma poiché solo in rari casi corredate da una scrittura adeguata e capace di risultare efficace, a fronte di un suono e di un immaginario immutati.

Così, dopo una partenza promettente, “Chemical Chords” regala soltanto qua e là qualche sprazzo, disperdendo sulla distanza una freschezza che in brani quali “Valley Hi!”, “Pop Molecule [Molecular Pop 1]” e “Fractal Dream Of A Thing” fa piacere poter ancora riscontrare. Invece, la sovrabbondanza di alcuni brani e una pallida coazione a ripetere lasciano la sensazione di un’inevitabile stanchezza di un approccio che, con la maturità, sembra aver smarrito l’indole divertita e, di conseguenza, genera musica non più molto divertente.
Pur in presenza di tali limiti, sarebbe tuttavia esercizio troppo agevole giudicare “Chemical Chords” con eccessiva severità, rapportandolo al periodo di migliore ispirazione degli Stereolab; più ragionevole invece comprendere la trasformazione, accontentandosi di poter constatare che, da almeno metà album, può evincersi il massimo oggi esigibile dagli Stereolab, ovvero invecchiare con dignità, pur continuando a contemplare se stessi.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 15 agosto 2008 da in recensioni 2008.
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