music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Dark Enough For Stars

AU REVOIR BOREALIS – Dark Enough For Stars
(Utter East, 2008)

Strana storia quella degli Au Revoir Borealis: non una band vera e propria, ma una sorta di collettivo aperto ed estemporaneo, in cui saltuariamente tornano a incontrarsi artisti impegnati anche in altri, diversi progetti. Non a caso, per ritrovare un’uscita sotto questa denominazione, precedente a “Dark Enough For Stars”, bisogna risalire fino al 2001, anno di pubblicazione di “Tienken”, album che ha finito per rappresentare un piccolo culto, con la sua base di eteree melodie elettriche, a grandi linee riconducibili alle definizioni di dream-pop o ambient-shoegaze.

Fedeli alla loro impostazione stilistica e all’assenza di un duraturo vincolo di gruppo, gli Au Revoir Borealis hanno da poco pensato bene di ritrovarsi, sempre sotto la guida del polistrumentista Steve Swartz (chitarra, basso, pianoforte, tastiere, percussioni) e della suadente cantante Stephanie Halpert Mc Walters, lasciando anzi aperte le porte del collettivo, che qui include numerosi ospiti, tra i quali spiccano i nomi illustri di Jessica Bailiff e di Anna-Lynne Williams (Lotte Kestner, Trespassers William), senza dubbio una delle voci femminili più affascinanti degli ultimi anni, almeno in quest’ambito musicale.
Sulla falsariga dell’album precedente e delle esperienze dei musicisti che contribuiscono a questo lavoro, “Dark Enough For Stars” si presenta inizialmente come uno dei sempre più frequenti tentativi di rinverdire, con piglio personale, la memoria di quei suoni sognanti, ma velati di un’oscura malinconia, ascoltando i quali ancora oggi non possono far a meno di riecheggiare nella mente i nomi di band straordinarie quali Cocteau Twins e Slowdive. Tuttavia, sarebbe fuorviante annoverare gli Au Revoir Borealis tra gli epigoni nostalgici e calligrafici di un suono peraltro non riducibile ai suoi meri aspetti formali, poiché le dodici tracce raccolte nei cinquanta minuti di durata dell’album non solo denotano una classe filtrata da una personalità non indifferente, ma anzi tendono ad allontanarsi dall’endiadi dream-pop/shoegaze in favore di una varietà compositiva che sfiora cinematici accenni ambientali e, soprattutto, accosta una delicata levità acustica alle atmosfere ovattate di fondo e finanche a qualche isolata impennata elettrica.

Del resto, già l’incipit “The Winter Room” instilla un senso di intimo straniamento, evocando suggestioni uggiose e avvolgenti, veicolate dal caldo abbraccio delle chitarre elettriche circolari ma anche dalla pacatezza di delizie acustiche affioranti. Ben presto, tuttavia, le torsioni elettriche tendono a rallentare, scolorando in modulazioni dalle tinte vagamente gotiche, il cui delicato abbandono è ancora scosso da fremiti saltuari (“Dark Western”, “Art Of Film”), desinati a svanire del tutto al progressivo avanzare delle tracce dell’album, che assume pian piano caratteristiche più umbratili, disegnando paesaggi rarefatti che all’inizio di ogni brano lasciano quasi l’interrogativo sul loro successivo sviluppo: sognante e fascinoso nella splendida “The World Is Too Much With Us” (cantata da Anna-Lynne Williams), dissolto in uno slow-core acustico in “Genius Of The Escape Who Will Startle & Amaze” e “The Key”, bucolico sottilmente psichedelico e prossimo all’ambient orchestrale nelle strumentali “Bella Ballerina”, “Stella, My Brightest Star” e “After The Snowstorm”, saggi di romanticismo incantato e profumato di sentori nordici degni dei Sigur Rós.

Quale che sia la fisionomia assunta dai brani, punto focale di “Dark Enough For Stars” resta però sempre una notevole sensibilità melodica, perfettamente efficace tanto quando opera attraverso i continui rilanci armonici dei pezzi più elettrici, quanto nelle occasioni in cui viene applicata a trame acustiche o a romantiche piéce ambientali. È questa, in definitiva, una delle qualità migliori di “Dark Enough For Stars”, senz’altro accanto alla capacità dimostrata dalla band di Detroit di trasformare secondo profili diversi il comune registro espressivo sotteso ai suoi brani; non resta allora che sperare di non dover attendere altri sette anni per scoprire quale sarà il successivo stadio evolutivo del peculiare e aggraziato dream-pop acustico degli Au Revoir Borealis.

P.S. Alle prime copie dell’album è allegato un bonus-cd di “Demos & Sketches”, comprendente dieci demo e versioni acustiche, che nella loro essenzialità confermano la qualità delle canzoni e l’ottima propensione della band verso un dream-pop capace di fare efficacemente a meno anche delle sue componenti elettriche.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 29 settembre 2008 da in recensioni 2008.
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